Una catanese a Tell es-Safi/Gath

Una catanese a Tell es-Safi/Gath

 

di Chiara Pappalardo

"Dear Chiara, Congratulations! I'm happy to inform you that you have been chosen as one of the recipients of the ADAR Foundation Scholarships for participation in the excavations at Tell es-Safi/Gath". E' con queste entusiastiche parole di Aren Maeir, ordinario dell'Università di Bar Ilan e direttore del "Tell es-Safi/Gath Archaeological Project", che l'avventura di una studentessa catanese in Israele ha inizio. Cappello stile Indiana Jones, borraccia, crema solare protezione cinquanta e trowel sono l'equipaggiamento indispensabile per un archeologo che voglia sopravvivere nella "terra di latte e miele", più una valigia di venticinque chili. Ma né il cocente sole levantino, né l'insopportabile fardello del mio trolley potrebbero trattenermi dal raggiungere la meta prefissata: la biblica Gath, patria di Golia e una delle cinque città-stato componenti la pentapolis filistea (Ashkelon, Ashdod, Ekron, Gaza e Gath). Qui i Filistei si stabilirono nel contesto di quell'ampio movimento migratorio che interessò il Mediterraneo tra il XIII e il XII secolo a.C., noto come "invasione dei Popoli del Mare", dopo essere stati respinti dalle coste egiziane per mano delle poderose armate di Ramses III, come riferiscono i quaranta metri del Grande papiro Harris e i rilievi monumentali del Tempio di Amon a Medinet Habu. Archeologicamente, il loro arrivo significa il repentino passaggio dall'Età del Bronzo alla tecnologia del ferro, di cui detennero per lungo tempo il monopolio, in accordo con quanto riferito dal testo biblico (1 Samuele 13:19-20).

Team del "Tell es-Safi Archaeological Project"

Anche se sono i possibili collegamenti tra il record archeologico e la Bibbia ad affascinare il grande pubblico e a ottenere risonanza mediatica, Tell es-Safi/Gath è molto di più: un sito largo cinquanta ettari e dalla stratigrafia complessa almeno quanto la sua storia culturale, che si snoda attraverso cinquemila anni di uomini e civiltà, dal Bronzo Antico a oggi. Una storia che non può essere ricostruita solo attraverso ritrovamenti da prima pagina, che pure a Gath non mancano. Ne sono un esempio l'altare litico in tutto simile a quello descritto nel testo biblico (Esodo 27:1-2; 1 Re 1:50) e riportato alla luce durante la scorsa stagione di scavo, o l'ostrakon sul quale è inciso il più antico testo filisteo decifrabile: due nomi in scrittura alfabetica che dimostrerebbero l'originale background indoeuropeo di questa popolazione. Ma a Tell es-Safi/Gath la memoria di un passato remoto e polveroso risiede nei partcolari, vagliati meticolosamente, frammento dopo frammento, granello dopo granello. E' quanto accade, in particolare, nell'area E, dove un'equipe di studenti canadesi, sotto la supervisione dell'archeozoologo Haskel Greenfield, indaga un quartiere domestico risalente al Bronzo Antico III, ovvero alla fase finale del vasto fenomeno dell'urbanizzazione nel Levante, con ogni probabilità connesso al coinvolgimento del sito in rotte commerciali verso la Mesopotamia e l'Egitto protodinastico. E' decisamente qui che mi piacerebbe scavare.

Le giornate cominciano presto, alle 4.30, per non perdere gli autobus che ogni mattina trasportano quasi centocinquanta anime dal Kibbutz Revadim al tell, dove la scalata del pendio scosceso e coperto di sterpaglie è ulteriormente ostacolata dalla consueta pesantezza delle palpebre. Ma, una volta trascinati tutti gli attrezzi dall'autocarro alla sommità, l'alba sulla Valle di Elah è uno spettacolo senza pari, da godere in un silenzio religioso, rotto solo dal raglio degli asini dei beduini in lontananza.

Veduta aerea dell'area E (sotto) e P (sopra)

Il tempo che separa l'inizio dei lavori dalla rigenerante colazione sul tell è scandito da colpi di piccone e raschiare di trowels. Per quanto frammenti di ceramica, selce, ossa e conchiglie siano all'ordine del giorno, è un'emozione sempre nuova stringere tra le mani una mandibola di quattromila anni o un qualsiasi nuovo reperto. Anche se nulla è paragonabile al ritrovamento di un vaso integro, o forse solo quello di un uovo di serpente. Perizia e una vista da dieci decimi sono doti fondamentali per individuare anche i più piccoli resti organici: carbone e semi costituiscono infatti del materiale prezioso per ottenere datazioni assolute al radiocarbonio, che è solo una delle tante analisi applicate, negli attrezzati laboratori allestiti nel kibbutz, dal team del Weizmann Institute of Science e da specialisti quali botanici, archeozoologi, geomorfologi, esperti in datazioni tramite termoluminescenza, ecc.

L'ultima ora della giornata sul tell è tutta una nuvola di polvere grigiastra, quella da noi sollevata nel frenetico tentativo di ripulire ogni superficie dalla terra superflua prima di riporre gli attrezzi per fare ritorno al kibbutz. Questa operazione è essenziale per permettere a uno scanner Leica 3D di documentare e registrare il maggior numero di informazioni sulle caratteristiche stratigrafiche e architettoniche di ogni singolo quadrato dell'area. Nel quadrato 93A, nel quale ho lavorato, ad esempio, è emerso un interessante pattern di mura in mattoni di fango su un pavimento di sassolini, coperto da una spessa superficie di terra mista a cenere e rivestita di gesso (dovuta forse al collasso del tetto o, più probabilmente, delle mura perimetrali).

I pomeriggi si svolgono quasi sempre secondo lo stesso programma e sono, se possibile, anche più intensi. Dopo un numero variabile di ore trascorse a strofinare frammenti di ceramica per il "pottery washing", facendo a gara per trovare, magari, un'iscrizione, ci attende ogni giorno un eccitante tour di un diverso sito archeologico della Shephelah. Guida d'eccezione è il direttore degli scavi del sito: Yosef Garfinkel per Khirbet Qeiyafah o Oded Lipschits per Azekah sono solo alcuni dei nomi di studiosi di rilievo internazionale che mi era capitato di citare e che, con un certo effetto, ho avuto modo di conoscere. Ogni giornata si chiude, infine, con una conferenza tenuta da un esperto diverso su un argomento inerente all'archeologia del Levante.

Il monte del Tempio di Gerusalemme visto dal Monte degli Ulivi

Nel rispetto della tradizione religiosa dello Shabbat, il lavoro sul tell e al kibbutz è sospeso da venerdì, al calar del sole, a sabato sera. Si tratta di una buona occasione per visitare posti nuovi e imparare ancora da questa terra antica, malgrado la chiusura di tutti i servizi pubblici e i disagi che, inevitabilmente, ne derivano, in primo luogo la difficoltà negli spostamenti. La secolare Tel Aviv, Gerusalemme, Qumran, la fortezza di Masada, Gerico e il Mar Morto sono tra le mete più suggestive in Israele. Ma è Gerusalemme, la "città d'oro", a rapirmi. Qui, quando il venerdì sera ebrei da tutto il mondo si riuniscono in preghiera davanti al Muro Occidentale, intonando canti e battendo le mani sulle note di "Shabbat Shalom", il tempo sembra davvero essersi fermato ai giorni di Erode il Grande. Gerusalemme è anche la città dove le maggiori religioni monteiste convergono e convivono, come si evince dalla suddivisione della Città Vecchia in un quartiere ebraico, uno musulmano, uno cristiano e uno armeno. Basta affacciarsi da Misgav Ladach Street per cogliere in un solo sguardo quelli che sono i luoghi più sacri per Ebrei, Musulmani e Cristiani: il Muro Occidentale, la Cupola della Roccia e il Monte degli Ulivi. Oppure è sufficiente passeggiare tra i rosari, le stelle di David e le Menorah esposti nei vicoli del Suq per rendersi conto che, come è stato detto dal poeta israeliano Yehuda Amichai, "Gerusalemme è la Venezia di Dio".

Prima ancora che potessi accorgermene, sono volate via quattro settimane e la quindicesima stagione di scavo a Tell es-Safi/Gath volge già al suo termine. Manca solo un ultimo sforzo per ricoprire tutto quanto è stato scavato con un panno isolante prima di lasciare, a malincuore, il sito. Ma, dopotutto, come mi fa notare Nati, la mia amica da Chicago,"questo è il ciclo naturale dell'archeologia". Così me ne torno alla cara, vecchia Catania e alla vita di sempre con il trolley un po' più leggero, certo, ma visibilmente arricchita da un nuovo e prezioso bagaglio culturale: quello di un viaggio indimenticabile attraverso una cultura millenaria e un Paese tanto contraddittorio quanto affascinante.

 

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