Scavo a Kom al-Ahmer/Kom Wasit (Egitto)

Scavo a Kom al-Ahmer/Kom Wasit (Egitto)

 

di Giulia Raimondi, foto di G.R., Graziana Zisa e Mario La Rosa.

L’antico Egitto ha sempre ispirato i sogni e le fantasie di scrittori, poeti, fotografi e viaggiatori. Sin dall’antichità tutti i popoli sono rimasti affascinati da questa magica terra. Tra spezie, profumi, sole e mare, troneggiano le magiche Piramidi di Giza, immense e maestose, sorvegliate dalla Sfinge, loro guardiana; e il Nilo, l’immenso Nilo, il vitale fiume che attraversa l’Egitto e che aiuta da sempre le risorse agricole del paese. Erodoto, che fra il 460 e il 455 a.C. visitò l’Egitto, dalla pianura del Delta fino ad Assuan, dedicando un intero libro delle sue Storie a questo popolo, aveva dimostrato come quest’ultimo potesse affascinare e sorprendere chiunque vi entrasse a contatto.  Ogni popolo che ha avuto rapporti con l’Egitto (di natura economica, politica ecc.) ne è restato così affascinato da volersi fermare in questa terra, o almeno da poterne portare le tradizioni nella propria. Dai Greci ai Romani, figure storiche a tutti note (Alessandro Magno, ad esempio) hanno amato questa terra più delle proprie.

Un mese in Egitto, a contatto con i suoi abitanti, aiuta senz’altro ad entrare in un magico mondo in cui mi sono immersa lasciandomi prendere, stavolta, da un’atmosfera reale, non appresa sui libri ma vissuta in prima persona in un’esperienza che spero di ripetere e che mi ha coinvolto non soltanto dal punto di vista lavorativo ma anche umano. Chi dice che in Egitto ci lascia il cuore ha ragione.

Nel Delta Occidentale del Nilo, vicino alla città di Alessandria, la missione archeologica italiana “Kom al-Ahmer–Kom Wasit Archaelogical Project” diretta da Mohamed Kenawi, Cristina Mondin e Giorgia Marchiori, sta riportando alla luce i siti di Kom al-Ahmer e Kom Wasit. Fu Achille Adriani a visitare per prima il sito di Kom al-Ahmer, che fu in seguito, negli anni ’40, indagato sotto la direzione di Abd el-Mohsen el-Khashab. Qui furono portate alla luce delle grandi terme di età romana e si stabilì che le fasi di frequentazioni del sito risalivano ai primi decenni dell’età ellenistica e agli inizi della dominazione araba. Kom Wasit dista 2 Km da Kom al-Ahmer fu indagata da Labib Habachi e poi non più scavata. In questo sito dalle foto satellitari e dalla magnetometria del 2014, resa visibile grazie ai diversi gradi di umidità del suolo si è riconosciuta una intera città. Il paesaggio si è ben conservato poiché l’area non è stata molto sfruttata a livello agricolo. Nella parte centrale del sito si trova una enorme struttura di 115 m. in mattoni crudi. La sua misura la classifica come uno degli edifici più grandi noti nel Delta. Nel Basso Egitto, con il Delta, esistevano 20 nomoi  ( i distretti amministrativi in cui era suddiviso l’antico Egitto ). Ogni nomos aveva una capitale. Una di queste era Metelis, posta all’imboccatura del Nilo. Strabone la ricorda nella sua opera e il geografo Claudio Tolomeo ci dice che era appunto la capitale di un distretto a cui dare il suo nome. Forse è proprio Metelis, la capitale del distretto dell’area del Delta, che può essere localizzata a Kom el-Ahmer. Dalla datazione dei materiali risulta che i due siti di Kom al-Ahmer e Kom Wasit furono abitati in periodi differenti.

L’impronta internazionale della missione si palesa sin dal primo approccio con le innovative e avanzate tecnologie di cui si dispone sul campo. Alla campagna di scavo partecipano professionisti provenienti da università europee e americane, tra le quali, oltre a varie università d’Italia, troviamo la Danimarca, Francia, Germania, Svizzera, Gran Bretagna, Canada, Messico e USA.

La vita allo scavo, al quale quest’anno ho partecipato anche io, è frenetica. Dopo essersi svegliati e aver fatto colazione nelle proprie case, dal mattino presto al primo pomeriggio i membri della missione e gli operai specializzati lavorano sul campo. Il pranzo avviene in loco. Durante lo scavo vengono usate apparecchiature sofisticate ma anche metodi classici.

Nel pomeriggio, a seconda dei compiti suddivisi, alcuni dei membri si dirigono verso il piano superiore del laboratorio della missione, dove avviene il lavaggio del materiale ceramico ritrovato, mentre altri, in laboratorio, si occupano dello smistamento del restante materiale, nonché della fotografia dei reperti e della compilazione del database per la propria “Unità” di scavo. Il lavoro continua anche nelle case, quando si provvede alla risistemazione e digitalizzazione della documentazione cartacea e digitale. Quando viene l’ora della cena, tutti insieme ci si riunisce in una delle case della missione. La gente del luogo è molto disponibile e tutti gli abitanti si sono sempre dimostrati felici di essere d’aiuto anche per piccole esigenze. La collaborazione è essenziale tra i componenti della missione e anche con la popolazione locale. I bambini del villaggio sono allegri e spesso incuriositi dal lavoro che si effettua e dalle abitudini diverse dalle loro che scoprono, e tutti si convive nel rispetto per il prossimo. La mia è stata un’esperienza formativa sotto ogni aspetto.

Il Venerdì è il giorno di riposo. E’ proprio durante questo giorno di fine settimana che si organizzano le escursioni, per chi vuole prendervi parte. Il primo fine settimana ci si è recati al monastero di Abu Mina, visitandone la parte moderna e la parte antica.

Posto nel territorio di Alessandria, a circa 45 Km dalla città, il monastero è dal 1979 sito dell’UNESCO. La leggenda narra che qui venne martirizzato S. Mena d’Egitto, ufficiale dell’esercito di Diocleziano (296 d. C.).  Un’altra leggenda del V secolo dice che il cammello che trasportava sul dorso il corpo del santo, giunto presso il lago Mareotis, in pieno deserto non volle più proseguire. Ritenendo ciò volontà divina, venne sepolto in quel punto.  Il luogo venne dimenticato fin quando un pastore non lo riscoprì casualmente.  L’imperatore Costantino (Zenone per altre fonti), ordinò la costruzione di una chiesa sul luogo che divenne meta di pellegrinaggio per i credenti. L’ edificio venne ampliato sotto il regno di Arcadio. Gli scavi, iniziati ai primi del ‘900, hanno riportato in luce una grande basilica con una chiesa adiacente (forse contente il corpo del santo), e terme di epoca romana. Successivi scavi condotti da missioni tedesche fino al 1998, hanno riportato in luce un complesso in cui risiedeva l’egumeno, un battistero, uno xenodocheion (area riservata all’accoglienza dei pellegrini) e magazzini sotterranei più una serie di torchi per produrre il vino.

Dopo aver pranzato in un ristorante beduino, ci si è diretti al sito dell’antica Marea. La città, il cui nome in egiziano significa “riva” o “banchina”, è ricordata da Tucidide come posta al di sopra di Faro (Storie, I, 104); da Strabone, che la dice “irrigata da due mari”; da Diodoro Siculo, Stefano di Bisanzio e da Erodoto. Marea era un villaggio, poi città, sorgente sul lato Sud del lago mareotide, a Sud-Sudovest di Alessandria. La zona produceva vino bianco, famoso in tutto il Mediterraneo, e anfore atte al trasporto del vino. Per molti anni non si è prestata alcune attenzione all’antico sito, fino a quando nel 1960 W. Muller-Wiener non vi ha distinto due tipi di insediamenti. Negli ultimi decenni il lavoro di esplorazione ha portato ad una migliore comprensione della topografia del luogo. Si è identificato come Marea il complesso dei siti vicino Hawwariya (lungo il lato Sud del prolungamento occidentale del  lago)  luogo di pellegrinaggio noto anche con il nome di Philoxenite. La zona del porto sul lago, scavata dall’Università di Alessandria, comprende diversi moli aggettanti nel lago e, di fronte alle banchine, una strada con negozi. Vi sono anche un edificio a due absidi con bagni e un grande edificio contenente un mulino. A Sud del porto si è individuata una fabbrica di vino, e sempre a Sud del porto, un complesso a doppio peristilio, con grande sala absidata forse utilizzata in fasi successive come ostello per i pellegrini.

Il secondo e il terzo fine settimana abbiamo visitato Alessandria, l’incantevole città sul mare, “la porta d’Egitto sul Mediterraneo”. Posta a 20 km dalla sezione più occidentale del Nilo, la città occupa la striscia di terra che separa il Mar Mediterraneo dalla palude Mareotide. Fondata nel 332-331 a. C. da Alessandro Magno, oggi Alessandria è un rilevante polo industriale e il principale centro portuale commerciale e turistico dell’Egitto. Sede universitaria, per iniziatica dell’UNESCO ha visto ricostruita sul sito dell’antica Biblioteca, andata distrutta, la nuova biblioteca. La costruzione si estende su un’area di circa 80.000 metri quadrati ed è destinata a diventare il principale centro di ricerca e studi del Medio Oriente. L’edificio è costruito con l’intento di rappresentare un sole che sorge dal mare. Al suo interno vi sono sale di lettura, un istituto finalizzato al restauro di libri antichi, una scuola di informatica, una sala congressuale e una mini biblioteca per bambini, oltre agli uffici di professori e dirigenti. La città antica presentava struttura ortogonale e vie colonnate. Il complesso dei palazzi reali occupava una vasta area nei cui pressi si trovava probabilmente anche la necropoli reale. Degli antichi resti di Alessandria colpisce la “Pompey’s Pillar”, la colonna di Pompeo. Costruita in granito rosso di Assuan intorno al 300 d.C. in onore di Diocleziano (come testimonia l’incisione alla sua base), fu erroneamente intesa quale segno del luogo di sepoltura di Pompeo, il rivale di Cesare fatto uccidere da Tolomeo XIII nel 48 a.C. Il “Grande Teatro” si trova invece sulla moderna collina dell’Ospedale, nei pressi della stazione. Gli scavi del quartiere di Kom al-Dikka hanno portato alla luce un piccolo teatro di epoca romana e i resti di terme. Altro monumento degno di nota è la cittadella di Alessandria Qaitbay, considerata una delle più imponenti roccaforti difensive sorte lungo la costa del Mediterraneo. Si trova all’ingresso del porto orientale. E’ stata eretta dal Sultan Al Ashraf El Qaitbay sul luogo esatto dove sorgeva l’antico Faro di Alessandria, che restò in funzione fino al momento della conquista araba. Grazie alla sua posizione strategica la fortezza fu ben mantenuta da tutti i sovrani che seguirono a Qaitbay. Al suo interno si trova una prigione in cui venivano rinchiusi coloro che cadevano in disgrazia presso il sultano. Nel corso del tempo è stata spesso ristrutturata sia nei bastioni esterni sia nella rocca, ed è stata munita di armi.

La città sorprende anche per le sue meraviglie sotterranee. Il sottosuolo di Alessandria è infatti ricco di cisterne e Catacombe scoperte in modo fortuito nel XX secolo. Il complesso greco-romano di Kom el- Shoqafa è il più grande d’Egitto, ha una profondità di 30 m. e si sviluppa su tre livelli. Vige purtroppo il divieto di far foto all’interno di questo complesso. Degni di nota sono la sala rotonda centrale, il triclinium, la sala di Caracalla e il sepolcro centrale che presenta su entrambi i lati dell’ingresso, sotto le teste di Medusa, due serpenti giganti che reggono la doppia corona dell’Egitto. Le decorazioni e i rilievi incisi nelle pareti, compreso quello di Anubi, mostrano un misto di stile egizio, romano e greco. Città cosmopolita, dal clima mite, dall’atmosfera rilassante ed elegante, Alessandria è un continuo invito ad ammirare i suoi storici luoghi, il suo lungomare, le sue spiagge e i suoi magici tramonti.

Infine, abbiamo trascorso gli ultimi due giorni al Cairo, visitando le Piramidi di Giza, il Museo Archeologico, il Bazar Khan el-Khalil e molto altro della grande capitale. Giza si trova sulla riva occidentale del Nilo, circa a 20 km. Sud-Ovest dal Cairo. E’ inutile dire che la città deve parte della sua importanza al fatto di ospitare le tre più importanti piramidi della IV dinastia, quelle di Cheope, Chefren e Micerino, per visitare le quali ci si è voluti immergere ancora più nell’atmosfera del deserto raggiungendo il sito a dorso di cammello. Quasi a guardia delle piramidi, troneggia la Sfinge, dal corpo di leone e dalla testa umana. Le identificazioni e i nomi attribuiti dagli antichi a questo colosso sono infiniti. Lunga 73 m, larga 6 e misurante nel punto più alto 20 m, la sua costruzione risale al 2500 a.C., al tempo del faraone Chefren. Lo strato inferiore del corpo è in pietra calcarea, mentre nella parte centrale del corpo sono presenti numerose crepe dovute alla scarsa qualità del materiale di fabbricazione; la parte superiore, comprendente il collo e la testa, è invece formata da pietra calcare dura e di migliore qualità rispetto al resto del corpo; ciò l’ha meglio preservata nel tempo,  permettendo a Mark Lehmer di ipotizzare che il volto del monumento rappresentasse quello di Chefren, mentre secondo altri studi rappresenterebbe Cheope. La grande Sfinge è posta lateralmente alla rampa processionale che conduce alla piramide di Chefren.

Il museo ospita la più completa collezione di reperti archeologici dell’antico Egitto del mondo. Aperto nel 1858 con le collezioni raccolte da Auguste Mariette, presto ebbe bisogno di estendere i propri spazi. Perciò nel 1902, a piazza Tahir, nel centro del Cairo, venne inaugurato un edificio di stile neoclassico costruito per ospitare il museo che si articola su due piani di forma rettangolare. Grazie alla collaborazione tra autorità egiziane e internazionali, molti dei reperti saccheggiati e dati per dispersi durante vari disordini, sono tornati al museo. Tra i migliori pezzi del museo, si annoverano, oltre ai reperti provenienti dalla Tomba di Tutankhamon, la sala contenente le mummie reali, la stele di Narmer, e i ritratti del Fayum.

Ultima tappa, il Bazar, principale suq del Cairo, inferiore solo al bazar di Istanbul. Attivo dal 1382, a quel tempo un caravanserraglio, oggi alterna negozi di tessuti, pellami, gioielli, spezie, a numerosi caffè in cui è possibile fumare la shisha, e a ristoranti e punti di ristorazione ambulanti in cui si vende cibo tradizionale egiziano.  I commercianti sono molto educati, e le contrattazioni sulla merce avvengono quasi secondo una filosofia del mercanteggiare. “Sei contento dell’acquisto? Io lo sono, poiché abbiamo risolto con esito positivo questo affare”, è questo ciò che ti dicono alcuni commercianti ad affare concluso.

Si potrebbe aggiungere tanto sulle genti del luogo e sulle loro abitudini e sui loro costumi. Mi fermo dicendo che, per chi viene dalla Sicilia, l’approccio al mondo arabo non è profondamente diverso dalle proprie abitudini, ma profondamente diverso è tutto ciò che circonda chi non è del luogo: dalle palme, alla sabbia, ai profumi e alle spezie. Tutto sembra quasi voler raccontare una storia che è nota a tutti e che non tutti hanno la possibilità di conoscere nella sua realtà e umanità. Chi si reca in Egitto vive in un’atmosfera tranquilla, sicura, che non è certo quella che i mass media ci raccontano.

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