In ricordo del prof. La Rosa

In ricordo del prof. La Rosa

di Ester Messina, specializzanda presso la SISBA (Scuola Interateneo di Specializzazione in Beni Archeologici) di Trieste, Udine e Cà Foscari Venezia.

 

Ci sono persone che riescono a lasciare un segno indelebile nella vita di ognuno di noi…

Nel luglio del 2012 ebbi la grande possibilità di partecipare alla campagna di scavo ad Haghia Triada. Si sa, i tirocini all’estero sono molto duri e concentrati in un mese o poco più, si lavora molto e si ha davvero poco tempo per “guardarsi attorno”, si vive 24 ore su 24 a contatto con colleghi e professori.

Siamo partiti da Catania in quattro, io, Angela Catania, Salvo Costantino e Francesco Tropea, insieme al professore Militello, lì ad aspettarci abbiamo trovato il professor La Rosa, il professor Carinci ed un suo allievo Andrea Tagliati.

Conoscevo solo di fama, a quel tempo, il professor La Rosa: un professore stimatissimo, girava voce che fosse anche molto severo, ricordo ancora quando sostenni il primo esame con la professoressa Todaro, alla triennale, di preistoria e protostoria, eravamo nella sua stanza in dipartimento a Catania, e quando entrò lui mi feci piccola piccola, abbassai ancora di più la voce e tentai di nascondermi dietro la borsa della professoressa, per paura che lui mi sentisse mentre ripetevo, che stupida sono stata, ma quella volta non si accorse neanche che ero lì…

Avevo ancora poche esperienze di scavo e l’ansia di sbagliare, in un contesto così importante, era tanta.

Haghia Triada, 2012

Lui era sempre con noi sullo scavo, nonostante le difficoltà nel muoversi non ci lasciava mai, seguiva ogni cosa, passo dopo passo, ed era un piacere sentirlo ipotizzare con il professor Militello sullo scavo, e vederlo lavorare ai cocci con il professor Carinci appoggiato a quello stenditoio arrugginito diventato ormai anch’esso un reperto archeologico, era instancabile, ogni volta che si trovava a Creta era come se si ricaricasse, come se i dolori si alleviassero: ogni tanto capitava di incontrarlo che camminava senza bastone vicino ai magazzini canticchiando canzoni greche. La mattina presto era sempre il primo ad arrivare per la colazione, chi aveva il turno di preparazione lo trovava già seduto al suo posto, a capo tavola, e controllava che ogni tazza, piatto, bicchiere e posata fosse messa nel posto giusto… Quest’estate è stato strano riavere tra le mani il suo bicchiere del tè…

Ricordo ancora di quando trovai uno skuteli, rotto in due pezzi, perfettamente ricostruibile, senza la necessità di integrazioni, e presa dalla gioia raccolsi i pezzi, ed andai verso il professor Militello, La Rosa si accorse subito dalla mia espressione e da come camminavo che avevo trovato qualcosa, che per me, era importante, chiamò subito all’attenzione Militello dicendogli “Esterina ha qualcosa per te”, dopo avergli mostrato il vaso lui disse, sempre rivolgendosi al professor Militello: “Dica ad Esterina che la prossima volta prima di prenderlo si deve fotografare e quotare…” Ovviamente volevo sprofondare, ma per fortuna risolvemmo tutto, lui non era eccessivamente arrabbiato, non feci mai più un errore del genere, ed ancora oggi ogni volta che sono responsabile di studenti alle prime armi, racconto di questo episodio.

Festòs, 2012

Sì, lui mi chiamava “Esterina” o “La Santa Maria degli Ammalati” dal paesino in cui vivo, dava un nomignolo affettuoso a tutti e ci faceva ridere tanto: Salvo e Francesco un giorno indossarono la stessa maglietta dell’evento CORRI CATANIA e dal quel momento in poi diventarono “I Dioscuri”; Angela, che di secondo nome si chiama Marzia diventò “Angelarzia” o  “La musulmana” dal tatuaggio che ha sul collo della prima stella della sera accanto alla luna crescente; Andrea, vista la sua altezza, 1,92 m, diventò “Andreone”, e tutti insieme anche con le studentesse polacche che partecipavano allo scavo con noi, diventammo per lui “I barbari sognatori”, perché le ultime settimane andavamo a fare colazione ancora con il cuscino stampato sulla faccia… A seconda delle situazioni lui si divertiva a chiamarci così, si divertiva tanto ad inventare i soprannomi, soprattutto perché i suoi soprannomi sono rimasti nella storia della missione di Festòs, così come è stato per chi prima di noi, anche se i nostri hanno avuto vita breve, nei nostri ricordi rimarranno sempre, accennandoci un sorriso ogni volta che ci ritornano i mente quei momenti con lui.

Per lui, le lezioni sul campo, erano quelle più dure e faticose, un mese intero passato a lavorare sotto le sue direttive mi ha permesso di imparare e crescere tanto, mi ha lasciata una grande formazione, è stata un’esperienza indimenticabile ed importantissima.

Per chi ha vissuto nella casa della missione di Festòs sa che lì dentro ogni cosa riporta in mente un suo ricordo: che sia una sfuriata, un aneddoto, una canzone, un racconto, una lezione, un rumore di bastone, capita di rivederlo ancora lì che segue con precisa attenzione la vita della missione, scandendo il tempo con i suoi “op op”… Capita ancora di rivederlo seduto lì a capo tavola con alle spalle il monte Ida, punto di riferimento per tutti noi…

Ci sono persone che riescono a lasciare un segno indelebile nella vita di ognuno di noi, Vincenzo La Rosa è stata una di quelle persone…

Casa della missione di Festòs, 2012

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