Il rapporto tra tradizione e modernità, tra Islam e modernizzazione: incontro con la prof.ssa Biancamaria Scarcia Amoretti.

Il rapporto tra tradizione e modernità, tra Islam e modernizzazione: incontro con la prof.ssa Biancamaria Scarcia Amoretti.

Articolo di Michelangelo Messina, foto di Giulia Raimondi.

 

Nel pomeriggio di mercoledì 11 novembre 2015, il seminario tenuto dalla Professoressa Biancamaria Scarcia Amoretti ha inaugurato la serie di nove incontri previsti dal laboratorio Conoscere il mondo arabo-islamico, organizzato dai Professori Nicola Laneri, Marco Moriggi, Antonio Pioletti, Laura Bottini, Mirella Cassarino, e mirato alla sensibilizzazione dell'uditorio ad argomenti noti ai più solo tramite brevi slogan da mass media.
 Biancamaria Scarcia Amoretti, oggi Professore emerito di Islamistica all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", ha presentato il problema di una nostra "definizione" di Islam come necessariamente intrecciato alla visione di quel mondo che ad esso si contrappone, quello occidentale: la riflessione del mondo islamico sulla modernità nasce dopo l'ideazione di una dicotomia che vede, da un lato, un Occidente rivolto a valori d'ordine materiale (che appiattiscono la dimensione etica), che assicurerebbe la superiorità tecnologica e l'attitudine scientifica; dall'altro un Oriente del tutto spirituale, rinchiuso nelle sue tradizioni. Da questa dicotomia e da una serie di accuse mosse all'Islam sono nate sia le concezioni occidentali del mondo arabo e musulmano, sia la riflessione interna allo stesso mondo sul suo rapporto con la modernità.
 Si tratta di una distinzione recente, dato che durante i "secoli bui" del Medioevo, il contatto tra le due civiltà avveniva nella consapevolezza di una parità, nel mutuo riconoscimento delle proprie dignità e identità: un'idea ancora viva in Niccolò Machiavelli, che raffronta le monarchie europee ai regni del Turco e del Soldano (Mamelucco, in Egitto), senza favorire gli uni cristiani o gli infedeli, ma piuttosto rendendo atto alla grandezza dell'Impero Ottomano e della sua sua gestione in
sangiacchie.

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 Il problema del contatto con l'Occidente nasce di fatto intorno alla fine del XVIII secolo: analizzando dei resoconti di pellegrinaggi in Terra Santa da parte di due viaggiatori, risalenti rispettivamente alla prima e alla seconda metà del secolo, la professoressa Scarcia Amoretti fa notare come, nel più antico, la Palestina fosse considerato ancora un paese "normale"; ben diverso invece il contenuto della descrizione successiva, che parla della stessa zona come di un paese quasi vuoto, arretrato, con donne velate.
 Nei due secoli a venire, il mondo islamico ha postulato delle risposte per i capi d'accusa ingiunti dall'Occidente: la laicità e la modernità si rapportano con la tradizione e la religione, ma facendo a meno delle nostre linee di pensiero.
 L'accusa della mancanza di laicità, infatti, parte da un presupposto errato: rendendo la tradizione un concetto affine alla cultura superorganica di Carl Sauer, tanto criticata perché annulla l'iter storicizzato di ogni tradizione, l'Occidente ha visto nella religione musulmana l'unica componente portante delle società islamiche, facilitando colpevolmente la dimensione dell'altro.

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Nel mondo islamico, però, il problema della laicità non si può basare sulla nostra idea di teocrazia e di secolarismo: gli ulema (dall'arabo علماء, vale a dire i "sapienti" in materia religiosa), non hanno mai costituito un clero, e solo di recente stanno emergendo come classe per affrontare il pensiero religioso esterno; proprio per questo motivo, non essendoci una Chiesa concepita per gestire la dottrina, il momento di teorizzazione ideologica e quello di progettualità politica islamica sono rimasti sempre ben separati. Per la carriera di qadi (per semplificare, un giudice con competenze in più materie), l'erudizione religiosa non è stata sempre particolarmente necessaria, trattandosi essenzialmente di una figura laica.

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 Per l'Islam, la questione va posta in termini del tutto diversi, e ben più complessi. Partendo da un presupposto: il Corano invita il credente a trovare intorno a sé i segni di Dio, e dato che il suo progetto coinvolge l'umanità intera, egli deve considerare "compartecipi del disegno divino anche i non musulmani". Data tale dimensione soprattutto terrena della fede, l'Islam sarebbe destinato "a proteggere tutta l'umanità" (Qadhafi): la spiritualità e la fissità della materia religiosa islamica sono dunque inconciliabili con il ruolo attivo che si propone, che richiama piuttosto "una riformulazione radicale di cosa siano l'uomo e la finalità che deve porsi" (L'Islam tra tradizione e innovazione, di Biancamaria Scarcia Amoretti). Quella che il Corano propone sarebbe dunque una società pluralistica in cui l'identità di ciascuno è garantita.
 E' da quest'ultimo concetto che si dirama la critica più aspra che la professoressa Scarcia Amoretti lancia alla mentalità occidentale: l'ateismo dilagante, la pretesa di modernità intesa come superiorità tecnologica e la colpevole semplicità con la quale si delinea l'altro hanno impedito di vedere come la modernità sia stata costantemente materia dell'Islam, intesa però come soggettività; nel rispetto si è posto il suo rapporto non con una tradizione dai contorni metafisici, ma con la pluralità di tradizioni delineate dalla storia.
 E' quanto non ha fatto la storia europea, dimenticandosi che l'Islam non è alieno all'Occidente: ancora oggi, in paesi come la Bosnia, si trovano europei musulmani, e la storia arricchirebbe enormemente la serie di esempi del carattere arabo-islamico dell'Europa.
 Per Biancamaria Scarcia Amoretti, la vera modernità è una visione del mondo basata sulla molteplicità dei valori e delle identità, ben diversa dalla modernizzazione che da secoli si cerca di imporre senza riflettere sulle conseguenze culturali che ne possono derivare.
 La storia a noi contemporanea riflette dunque uno scontro tra civiltà, e per uscirne sarebbe più giusto superare la generalizzazione delle stesse, tramite una integrazione che in realtà non è mai avvenuta, proprio per l'occhio distorto con il quale abbiamo guardato i secoli passati: sponsorizzare un paese piuttosto che un altro, l'una o l'altra ideologia politica che come sopradescritto è spesso avulsa da una seria esegesi coranica (rendendosi dunque propaganda laica), è una prospettiva dal sapore coloniale, che non può risolvere la questione mediorientale.

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 Per favorire la creazione di un mondo euro-mediterraneo, come auspica il Magnifico Rettore Pignataro, bisogna necessariamente partire da una rivalutazione delle componenti culturali in gioco, e non cercare di imporre definizioni del tutto occidentali quali laicità e modernizzazione; passare dalla globalizzazione alla glocalizzazione, come auspica una certa branca della geografia umana. Il Prof. Pioletti suggerisce l'organizzazione in ambito universitario di gruppi di ricerca sui diversi aspetti del mondo islamico, che migliorino notevolmente la nostra concezione di Europa.
 E in fondo non si può più prescindere dalla necessità di comprenderlo nella nostra cultura: studiare lingua e letteratura araba insieme a quelle latine e greche; conoscere la storia dell'Islam e sentirla come una parte della nostra, soprattutto negli atenei siciliani; appassionarsi al Canzoniere del siracusano Ibn Hamdis (ancora molto apprezzato dai contemporanei arabi) ed alla sua umanità come a quello di Petrarca o di altri autori "italiani". Anche per ascoltare più canzoni d'amore smielate, piuttosto che parole d'odio viscerale borbottate dal cialtrone di turno.
 Perché la cultura ha i limiti che i nostri occhi più o meno consapevolmente gli impongono, e per superarli bisogna riuscire a considerare un'unità tutte le infinite culture delineate. L'acculturazione è un incontro tra civiltà, non uno scontro.

 Ho iniziato a scrivere questo articolo venerdì sera, alla fine della settimana universitaria: la complessità della materia trattata dalla Professoressa Scarcia Amoretti non mi ha fornito da subito le giuste linee da seguire nell'articolazione del discorso, soprattutto per un background di informazioni tuttora insufficiente. Quella stessa sera, ad ora tarda, il caos: Parigi è colpita dai suoi stessi cittadini, da francesi che ululano "Iddio è il più grande" in una lingua che parlicchiano probabilmente senza comprenderne pienamente il significato. Il musulmano che conosca e comprenda anche solo la sura d'apertura del Corano, sa che gli attributi ribaditi di Dio sono الرحمن الرحيم  (ar-Rahmani -r-Rahim), tradotti generalmente come "il Clemente e il Misericordioso".
 Voglio concludere dunque con una massima che la "tradizione" attribuisce al Profeta:
أطلب العلم ولو في الصين, "cerca la conoscenza, quand'anche fosse in Cina!" (cit. Da Giuliano Mion, La lingua araba, Carocci 2007). La conoscenza è l'unica via per comprendere, e per comprendere bisogna "prendere insieme" le nostre culture. Il laboratorio da noi intrapreso è un buon inizio, ma dovrà far scuola se vogliamo veramente iniziare a rendere all'Islam e ai musulmani il loro ruolo di protagonisti del mondo e della cultura mediterranei. 

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