"Patrimonio Al Futuro", il lato sociale dei Beni Culturali. Utopia o progetto concreto?

"Patrimonio Al Futuro", il lato sociale dei Beni Culturali. Utopia o progetto concreto?

 

 

di Ghiselda Pennisi

 

Si è svolto in questi giorni un vero e proprio tour per presentare, quello che è si autodefinisce un “Manifesto per i Beni Culturali e il Paesaggio”, il nuovo libro del Professore Giuliano Volpe “Patrimonio al Futuro”.

Non credo sia un caso che un libro come questo sia stato scritto da un “archeologo del paesaggio”, una persona, cioè,  abituata a vedere il paesaggio non come luogo fisico da ammirare e basta ma piuttosto come luogo di interazioni, posto in cui soggetto e oggetto sono inscindibili e agiscono all’unisono in un unica totalità! (Farinelli)

In un momento di grave crisi economica e sociale che colpisce il nostro paese e anche la nostra professione, i beni culturali sono tornati ad essere materia ed interesse di pochi, riducendosi troppo spesso a “chiacchiere salottiere e polemiche tra schieramenti contrapposti” (usando le parole dell’ autore) suggellando un vero e proprio “divorzio tra cittadini e patrimonio”, come se l’archeologo fosse detentore di chissà quale verità incomprensibile al prossimo. Questo libro ha il merito di tentare di sdoganare la figura dell’archeologo ridandogli una sua collocazione e funzione sociale. La ricerca  archeologica dovrebbe rappresentare un elemento essenziale di un processo deci¬sionale che riguarda tutti i cittadini, sia in quan¬to portatori di interessi specifici sia come fruitori di servizi collettivi, collocandosi alla base dell’azione istituzionale.

Nell’affrontare una tematica come quella del rapporto tra archeologia, pianificazione e valorizzazione, l’archeologo, ma più in generale l’operatore dei beni culturali, si presta ad essere una figura essenziale in grado di fornire una chiave di lettura storica dell’evoluzione del paesaggio. Libero dalla retorica che lo dipinge diversamente da quello che è e che fa,  si esorta l’archeologo a riappropriarsi del linguaggio della comunicazione, a recuperare la dimensione del racconto di sé, della storia, del territorio, e porsi  come interfaccia positiva tra racconto del passato e progettazione del futuro, affermando così ruolo sociale.
Quello di Volpe è un libro, che come ha detto la prof.ssa Mariarita Sgarlata, ci risparmia l’ennesima retorica dei beni culturali, e si pone come obiettivo il traghettare il patrimonio acquisito verso il futuro in una nuova ottica di tutela, non del proprio interesse privato, ma di quello della collettività, opponendosi al degrado e al saccheggio dei beni comuni.

Tanto spazio nel dibattito ha trovato il rapporto tra il patrimonio e i bambini. Sia a Siracusa che a Catania ci si è interrogati sui dati pubblicati in questi giorni da Save The Children nell’ambito del Rapporto “Illuminiamo il futuro 2030 - Obiettivi per liberare i bambini dalla Povertà Educativa”; da tali dati risulta che durante lo scorso anno, il 69,4% dei bambini italiani non ha visitato un sito archeologico e il 55,2% un museo.  A questo punto ci si è interrogati sul perché: “sulla carta” il museo dovrebbe rappresentare un luogo  deputato alla memoria antica e contemporanea e alla trasmissione culturale;  e fin qui ci siamo! Ma già da tempo, in tutta Europa e forse nel Mondo, il museo ha smesso di essere un mero “contenitore” diventando luogo di sintesi di cultura, fulcro di interventi d'integrazione dei servizi culturali e non; nonché, di per sé, polo attrattivo del turismo e  luogo di riconoscimento di un’identità territoriale. Da quanto emerso dal dibattito purtroppo qui si è ancora ben lontani da questo concetto, sembra piuttosto che i musei siano, spesso “musei di sè stessi”, realtà parallele all’interno dei territori, portali spazio-temporali riservati, appetibili e accessibili solo per pochi eletti. I musei, al contrario, dovrebbero contribuire a recuperare la "saggezza" del passato in modo da renderla utile per il FUTURO.

Bisogna avere una “visione olistica” del nostro patrimonio, ma anche del nostro modo di concepire il nostro lavoro.  E’  arrivato il momento di adeguare la nostra professione all’esigenze del futuro che è imminente, bisogna “tenere vivo il fuoco della tradizione ma non adorarne le ceneri”, la storia non sia studiata o letta come adorazione intoccabile delle ceneri, ma come spinta ad un continuo miglioramento; per essere “conservatori ma non conservatoristi” è necessario trovare e sperimentare nuove forme di condivisione e coordinamento organico tra i diversi attori, statale e comunale, abbandonando l’accademico autoreferenzialismo.


Il libro di Volpe è dunque, a mio avviso, una lucida analisi della situazione “sanitaria” del nostro patrimonio e di chi lo gestisce, ma a differenza dei vari pamphlet e carhiers de doléances sul patrimonio in circolazione, oltre la diagnosi, propone una terapia e forse anche una cura.

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