Il blog degli studenti di Archeologia di Catania

"Mediterraneo": incontro per la pace

 

di Sergio G. Russo, foto di Marina Casalaina.

Si è tenuto Mercoledì scorso alle ore 17:15, presso l'Auditorium dell'ex Monastero dei Benedettini, l'incontro di documentazione e approfondimento "Mediterraneo: conflitti, tragedie, prospettive per la pace, l'aiuto umanitario, la salvaguardia del patrimonio culturale". 

L'evento, promosso dall'Università di Catania, ha visto l'adesione dei Dipartimenti di Scienze Umanistiche, Scienze Chimiche, Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali nonchè l'adesione di associazioni e ONLUS attive nel terrirorio regionale e nazionale, tra le quali ricordiamo l'Ersu dell'Ateneo catanese, Kiwanis International-Distretto di San Marino, "Periferie Vive"-Ex allievi Don Bosco, l'Ente Fauna Siciliana e l'ONLUS Sud&Dintorni. L'obiettivo dell'incontro è stato soprattutto quello di riflettere sui drammatici eventi che continuano ad interessare il Vicino e Medio Oriente e quindi proporre delle iniziative che possano sensibilizzare la nostra società e favorire l'aiuto solidale. 

Presenti all'incontro il Magnifico Rettore del nostro Ateneo Prof. Giacomo Pignataro, il Prof. Antonio Pioletti, docente in Filologia e Linguistica del nostro Dipartimento, il Prof. Paolo Matthiae, archeologo (La Sapienza) e socio dell'Accademia dei Lincei, il Dott. Rubens Piovano, Direttore dell'Istituto Italiano di Cultura a Tripoli, il Prof. Alfredo Petralia, Coordinatore del progetto "Gettiamo un ponte di amicizia per i giovani del Mediterraneo" e il Prof. Francesco Tomasello, Direttore della Missione Archeologica dell'Università di Catania a Leptis Magna. 

<<Quest'incontro - ha spiegato il Prof. Pioletti - nasce dall'esigenza di proporre iniziative che possano far conoscere il mondo islamico nella sua complessità, in modo tale da favorire un processo di integrazione con quei popoli attualmente vittime di eventi drammatici. A tal proposito, invitiamo tutti a firmare la petizione online promossa dall'Università di Catania, con la quale intendiamo gettare le basi per una collaborazione tra i paesi del Mediterraneo>>.

<<Gli eventi tragici e violenti degli ultimi mesi - ha continuato il Prof. Pignataro, ricordando i 147 studenti uccisi nel college di Garissa (Kenya)- e gli attacchi a beni del patrimonio mondiale non sono conseguenze di un estetismo esagerato bensì affermazione di totalitarismi che intendono eliminare la memoria, l'identità e la storia dei popoli. Il nostro Ateneo - conclude il Magnifico Rettore, sottolineando come l'Università abbia messo a disposizione dei migranti delle strutture dell'Ateneo - vuole essere promotore di iniziative per la pace e l'accoglienza>>. 

<<L'Università di Catania - ha poi affermato il Prof. Matthiae - riveste un ruolo fondamentale in questo processo di integrazione, data la sua centralità nel Mediterraneo. Non c'è da usare eufemismi: le distruzioni avviate in medio oriente sono drammatiche in quanto non si tratta di accanimenti contro monumenti simboli di una fede diversa ma di beni memorabili dell'islamismo. Assistiamo quindi a una distruzione intenzionale della storia, perpetuata in passato anche nel mondo occidentale - ha sottolineato l'archeologo, citando le distruzioni di Dresda, Montecassino e Conventry. La perdita del patrimonio culturale è straordinariamente drammatica e non si può restare immobili inanzi a questi crimini. Tre principi-paradossi devono essere affermati: l'universalità del patrimonio culturale, concretizzata nella dichiarazione del Seg. Gen. dell'UNESCO che ha condannato le distruzioni in quanto crimini contro l'umanità; l'uguaglianza dei beni culturali; l'eternità delle opere. Interventi concreti - ha concluso il Prof. Matthiae - dovrebbero essere avviati dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che potrebbero condannare all'unanimità le distruzioni e, seppur sia improbabile, inviare i "caschi blu" a proteggere i beni a rischio>>.

<<Le distruzioni di beni culturali - ha sottolineato il Dott. Piovano - devono suscitare una profonda indignazione perchè toccano la sensibilità di ciascuno. Il patrimonio culturale libico, a causa della mancanza di controlli e di una politica forte, è minacciato dal mercato nero e dalla speculazione edilizia: non dobbiamo infatti dimenticare che proprio dal contrabbando illecito delle opere questi fanatici acquisiscono risorse finanziare. Per porre un freno a questo scempio, il nostro Istituto, in accordo con le autorità libiche, ha promosso dei corsi di formazione per "guardie archeologiche" che possano favorire la salvaguardia dei siti>>.

<<L'Università di Catania è coinvolta in prima persona in missioni archeologiche in paesi islamici. In Libia, le indagini a Leptis Magna - ha poi affermato il Prof. Tomasello, mostrando fotografie recenti del sito - sono state purtroppo interrotte nel 2013 a seguito dell'instabilità politica e a tutt'oggi le notizie non sono per nulla rassicuranti, nonostante durante la nostra ultima visita avessimo davvero sperato in una vera e nuova "primavera". Speriamo che sovvenzioni da parte di istituzioni possano aiutarci riattivare la missione>>. 

Da tenere in considerazione l'intervento del Prof. Petralia che, leggendo un'email del dott. Swehli (Responsabile Relazioni Internazionali Facoltà di Scienze, Tripoli), ha permesso di conoscere gli ultimi sviluppi sulla situazione libica. 

Tra le proposte emerse durante il dibattito, il Prof. Pioletti ha avanzato l'idea di creare un laboratorio in dieci incontri, valido come "Altre Attività Formative", centrato sul mondo arabo-islamico. Inoltre, con la collaborazione dell'Ateneo e dell'Ersu di Catania, vi è la volontà di stabilire, attraverso una raccolta fondi, delle borse di studio che possano permettere a studenti arabi di intraprendere gli studi e/o tirocini all'estero. 

            

 

 

L’associazione ESN Catania ASE in visita alla Valle dei Templi di Agrigento: la Sicilia greca rivive sotto gli occhi di più di 50 studenti stranieri

Articolo e foto di Chiara Pappalardo

 

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“La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo … Ma quello che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al mondo è il fatto che, da un’estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura.”

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Con questa breve formula Guy de Maupassant condensava nel suo "Viaggio in Sicilia" del 1885 le impressioni lasciategli dalle bellezze paesaggistiche ed architettoniche della nostra isola, che costituiva, a buon diritto, una tappa fondamentale del "Grand Tour" con cui i giovani rampolli delle élites europee completavano la loro formazione culturale. Oggi quest'immagine di terra dalla natura ridente e ricettacolo mediterraneo di culture composite continua ad esercitare il suo fascino all'estero non solo facendo del turismo una delle risorse maggiori dell'economia della Sicilia, ma anche attirando giovani studenti da tutto il mondo che desiderano completare qui i loro studi. Ne sono testimoni i circa 700 studenti stranieri che in media scelgono ogni anno proprio la Sicilia come meta del programma di mobilità per studio e tirocinio promosso dall'Unione Europea "Erasmus+".

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La valorizzazione delle risorse del territorio attraverso l'organizzazione di visite guidate che favoriscano la conoscenza e la comprensione della nostra storia e del retroterra culturale siciliano rientra certamente tra gli obiettivi principali promossi dall'associazione universitaria no-profit ESN ("Erasmus Student Network") Catania ASE, che ogni semestre propone agli studenti Erasmus incoming un calendario denso di attività, portate a termine con impegno e totale dedizione dal suo team di studenti volontari. A conferire dinamicità all'associazione è, infatti, quello spirito aggregativo e cooperativo che è riassunto nel suo motto, "students helping students".
Il ricco patrimonio archeologico della Sicilia orientale è stato uno dei protagonisti indiscussi delle attività proposte da ESN Catania ASE agli studenti Erasmus fin dall'inizio di questo semestre, attraverso un programma che ha avuto inizio con il "City tour" di Catania e con la gita a Siracusa, attività svoltesi durante la "Welcome week", organizzata per accogliere i nuovi studenti incoming e facilitarne l'integrazione in una realtà nuova.
Domenica 26 aprile, a coronamento di tale progetto, si è svolta la visita guidata al Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, che ha registrato la partecipazione di ben 50 studenti Erasmus di Catania, ai quali si sono aggiunti, inoltre, studenti Erasmus da Palermo, guidati dalla sezione ESN del capoluogo siciliano.
L'attività ha costituito un momento unico di scoperta per gli studenti Erasmus, ma anche un'occasione di arricchimento per noi volontari, che abbiamo avuto modo di riscoprire e di apprezzare con maggiore consapevolezza uno dei luoghi più suggestivi del nostro territorio.

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Durante la passeggiata, resa ancora più piacevole dalla giornata assolata e dal vento che sempre accarezza la cresta rocciosa su cui svettano le vestigia greche, uno dopo l'altro i templi cosiddetti "di Giunone Lacinia", "della Concordia", "di Eracle", "di Zeus", "dei Dioscuri" e "di Vulcano" ci hanno restituito l'eco dell'antica civiltà che li aveva concepiti, suscitando, con la grandiosità delle loro forme architettoniche, persino l'ammirazione dell'osservatore moderno, che può, tuttavia, soltanto immaginare come queste rovine dovessero apparire all'apice del loro splendore, quando erano integre e coperte da rilievi e pitture dai colori vivaci.
L'attività ha riscosso un successo indiscusso tra i nostri ospiti internazionali, che hanno potuto così ricevere un assagio di quello "strano e divino museo di architettura” che è stata la Sicilia nella sua lunga storia di colonizzazioni e conquiste, da quella greca, a quella cartaginese, a quella araba e, infine, normanna. Una Sicilia che, attraverso iniziative come questa, può rivivere, nell'immaginario e nei futuri ricordi dei visitatori, la gloria del suo passato.

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CORSO INTERNAZIONALIZZATO - la nostra esperienza

di Emilia Trovato, foto di Rodolfo Brancato

Da qualche anno gli studenti del corso di laurea magistrale in Archeologia a Catania hanno la possibilità di scegliere, all’inizio del proprio percorso, l’opzione “corso internazionalizzato”. Per l’anno accademico 2013/14, siamo stati solo in due ad aderire. Questa scelta ci ha portati a condurre esperienze e acquisire conoscenze del tutto inaspettate.




Il percorso ha avuto il suo inizio nell’estate 2014, quando abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad uno scavo archeologico all’estero, sostenuti da una borsa di studio che attingeva ai fondi destinati al corso stesso. Siamo dunque partiti alla volta di Antiparos, piccola isola nell’arcipelago delle Cicladi, in cui per tre intere settimane siamo stati ospiti di una struttura alberghiera messa a disposizione della missione, che ha fornito ai suoi partecipanti l’alloggio per tutta la durata dello scavo. Questo si occupa della messa in luce di un santuario arcaico, probabilmente dedicato ad Apollo, le cui rovine sorgono sulla piccola isola di Despotikò, quasi totalmente disabitata se non per la presenza di un anziano pastore/eremita, e delle sue greggi. Nonostante io e il mio collega non fossimo alla nostra prima esperienza, lo scavo di Despotikò è stato un impegno fuori dal comune. La sveglia alle prime luci dell’alba per percorrere quei pochi metri che separavano l’albergo dal porticciolo, completamente immersi nel paesaggio ancora incontaminato di Agios Gheorghios (il nome del piccolo agglomerato che ci ospitava), il rito dell’applicazione della crema solare (più che una mera precauzione visto il rischio di gravi ustioni), e infine il tragitto in barca per raggiungere il sito. Per quel che riguarda l’attività lavorativa, essa si svolgeva dalle 7.00 del mattino alle 14.30 , con una sola pausa alle 11.00. Il duro lavoro, il caldo e la fatica sono elementi che accomunano tutti gli scavi archeologici, ma la sensazione che Despotikò ci ha trasmesso, è unica.

tramonto ad antiparos

Era come se l’archeologo fosse un ospite di passaggio, in un ambiente dove l’elemento dominante era la natura, incontaminata e incontrastabile. Nessuna struttura moderna viene costruita per durare. Non ci sono servizi igienici, e l’acqua da bere ognuno doveva trasportarla per sé. L’unica copertura dal sole era un tendone innalzato con mezzi di fortuna il primo giorno, e smontato l’ultimo giorno della missione. Ma non esiste alcuna scomodità che non può essere dimenticata da un tuffo in quelle acque cristalline a fine giornata, o dalla soddisfazione quotidiana di lavorare in un sito straordinariamente ricco. Abbiamo sperimentato il lavoro dell’archeologo con spirito internazionale, poiché la principale lingua di comunicazione era l’inglese. Nonostante fossimo la maggior parte italiani, siamo entrati in contatto con alcuni colleghi americani e greci. Lasciare il sito una settimana prima della fine della missione è stato difficile, e con sorpresa abbiamo provato sulla nostra pelle cosa vuol dire vivere a stretto contatto con persone che condividono le nostre stesse passioni e aspirazioni.

workshop - la tessitura nelleta del bronzo

Il nostro mese all’estero si è concluso con una settimana di soggiorno in Polonia, a Varsavia, dove abbiamo frequentato un workshop di archeologia sperimentale, “Aegean Bronze Age Textile Production Techniques – Spinning and Weaving”. Stavolta la sistemazione è stata a nostra discrezione, e per la prima volta ho sperimentato quanto sia diversa le realtà europea degli ostelli della gioventù, rispetto alla nostra. Ci tengo a sottolineare quanto sono rimasta affascinata e soddisfatta dal mio soggiorno in ostello, in una camerata da ben sei posti letto, perché anche questo è stato parte integrante di un percorso di quasi un anno, che ha contribuito a cambiare profondamente il mio punto di vista e il mio modo di affrontare le sfide quotidiane. Il workshop è stato una delle esperienze più interessanti e al tempo stesso fuori dal comune in cui mi sia mai cimentata. Si è trattato di tre giorni di lezioni teoriche e pratiche intensive a proposito dei metodi di filatura e tessitura del lino e della lana nella media età del bronzo. Il concetto di archeologia sperimentale è esso stesso un po’ al di fuori degli schemi tradizionali dell’archeologia. Ma credo che a livello didattico e di ricerca, rappresenti un approccio più che vincente. In soli tre giorni io e il mio collega abbia imparato il più possibile a proposito delle fibre e dei tessuti, degli strumenti e delle tecniche di filatura, e degli strumenti e delle tecniche di tessitura. La classe, anch’essa internazionale, era quanto più eterogenea per età, tanto quanto non lo era per genere. Il mio collega era l’unico uomo e, come spesso accade in questi casi, ha smentito con le sue abilità ogni pregiudizio si potesse avere a proposito. Il workshop si è concluso con una visita alla fabbrica/museo del tessile di Łódź, e allo straordinario museo archeologico all’aperto di Biskupin, una tappa obbligata per tutti gli interessati all’archeologia sperimentale, essendo un modello a dimensione reale di un insediamento umano fortificato risalente all'età del ferro situato in Polonia centro-settentrionale.

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Il nostro rientro a Catania è durato il tempo di una sessione d’esami, perché a Settembre siamo ripartiti per frequentare il semestre successivo, e cioè il primo del secondo anno, nell’università partner da noi scelta, che nel nostro caso è stata la Selçuk University di Konya, in Turchia. Il corso internazionalizzato prevede che si frequentino le lezioni e si sostengano gli esami nell’università partner per un totale di 36 crediti, l’intero numero di crediti del secondo anno di magistrale, ovviamente in lingua inglese. Alla fine di questo percorso, lo studente sceglierà un correlatore nell’università ospitante e conseguirà il doppio titolo di laurea.

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Io e il mio collega abbiamo scelto la Turchia di comune accordo, l’alternativa era la Polonia con Varsavia. Vivere per quattro mesi all’estero, in un paese diverso per lingua e cultura, è un’esperienza che si discosta totalmente sia dallo scavo all’estero, anche se prolungato, sia ovviamente dal semplice viaggio turistico. Noi ci siamo trovati, da una parte, ad assimilare ritmo, stile di vita, anche modo di pensare e di parlare della società che ci ha ospitato, e dall’altra ad integrarci in un gruppo incredibilmente variegato di nazionalità, e quindi di culture. Abbiamo vissuto a strettissimo contatto con ragazzi portoghesi, spagnoli, polacchi e lettoni. Ci siamo trovati come un unico fronte europeo, profondamente integrati in una cultura non- europea. Ma nello stesso tempo, abbiamo avuto la fortuna di sperimentare in prima persona cosa vuol dire essere una nazione a metà tra oriente ed occidente, come è la Turchia.

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Infatti abbiamo vissuto e condiviso esperienze anche con ragazzi, approdati a Konya tramite altri programmi di studio dalla Russia, dall’Arzebaigian, dal Kirghistan, dall’Iraq, dal Vietnam, dalla Malesia, dal Bangladesh e dalla Somalia. Abbiamo respirato un atmosfera multiculturale, etnica, diversificata e al tempo stesso iper-tollerante. La lingua di comunicazione è stata ovviamente l’inglese. A prescindere dal nostro personale grado di preparazione prima della partenza, abbiamo finito col parlare, scrivere, pensare e persino sognare in inglese. Siamo arrivati al punto di parlare in inglese anche nei nostri rari momenti di solitudine tra italiani, senza nemmeno accorgercene!!!

Insomma, l’acquisizione di una certa padronanza nella lingua straniera è un dato di fatto, e un discreto guadagno. L’esperienza universitaria è stata costruttiva perché abbiamo constatato le diversità e i contatti tra i diversi approcci nello studio dell’archeologia, e da lì abbiamo appreso. Siamo riusciti a portare a termine con successo gli obiettivi prefissati alla partenza, e conseguiremo il doppio titolo di laurea.

Oltre questo, che è in fondo il principale fine del corso internazionalizzato, le conclusioni che possiamo facilmente trarre dalle nostre esperienze sono estremamente positive. Abbiamo arricchito il nostro bagaglio culturale, accademico e linguistico. Abbiamo vissuto realtà non facilmente raggiungibili nei percorsi di studio “ordinari”. Abbiamo stretto legami e preso contatti saldi nell’amicizia e nei rapporti professionali. Abbiamo testato con successo le nostre abilità, sia come studenti sia come esseri umani. Possiamo con orgoglio sostenere, concludendo, di aver vissuto un anno indimenticabile, e di poterne cogliere a lungo i frutti.

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"Ricordando Enrico"

Articolo di Tindaro Saverio D'Amico

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Il seminario organizzato dalla Scuola di specializzazione in beni archeologici dell'università di Catania, per ricordare Enrico Procelli e il suo contributo alla conoscenza dell'archeologia della Sicilia preistorica e arcaica, è stato un'occasione per far conoscere ai più giovani la figura di un uomo che ha rappresentato un punto di riferimento per molti studenti.
Il seminario ha visto il susseguirsi di autorevoli interventi che hanno “ ricordato Enrico” facendone emergere sia l'aspetto umano, sia la grande professionalità di uno studioso che si è prodigato alla trasmissione di un ramo della ricerca archeologica siciliana fin li poco esaminato.
Chi vi scrive purtroppo non ha i mezzi per parlare con efficacia dell'importante opera scientifica che Procelli ci ha lasciato, ma ci tiene a ricordarne la disarmante disponibilità che riservava a chiunque gli chiedesse una mano per i propri studi.
Quando da matricola gli chiesi un po' intimorito delle indicazioni su dove reperire alcune notizie sulla ceramica preistorica siciliana, rimasi stupido dalla gentilezza e dalla solerzia con cui mi indicò il materiale che cercavo, in più invitò me e alcuni colleghi al museo archeologico di Ramacca. Con immenso piacere accettammo l'invito e ci recammo al museo dove Procelli con passione rara iniziò a far “parlare” i reperti che con cura ci andava mostrando. Prima di andare via lo ringraziammo per l'ospitalità sua e dei suoi collaboratori, lui prese i cataloghi del museo, ce li donò, e ci ringraziò a sua volta affermando con parole sincere che era contento di poter tramandare a noi studenti quello che nel corso di tanti anni di studi aveva imparato. Una frase che difficilmente dimenticherò.
Oltre che ad andare in biblioteca e documentarvi sui suoi importanti studi sulla Sicilia preistorica e arcaica, invito tutti gli studenti a visitare il museo archeologico di Ramacca dove la professionalità e la passione di Enrico Procelli sono ancore vive.

Archeologia e filologia per lo studio del Vicino Oriente: due seminari

 

di Chiara Sotera, foto di Giulia Raimondi

Giovedì 8 Maggio, presso l’Aula seminari di Palazzo Ingrassia, hanno avuto luogo il seminario dal titolo “La frontiera nella Mesopotamia antica” e la conferenza intitolata “The Results of the Upper Meander Basin Survey and Excavation at Beycesultan, Southwestern Anatolia”.
Entrambi gli eventi sono stati presentati e coordinati dal docente Nicola Laneri, della cattedra di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente Antico del DISUM.

Primo relatore del seminario è stato Daniele Morandi Bonacossi (Università di Udine) con l’intervento dal titolo “La frontiera nell’impero assiro: appropriazione e trasformazione delle regioni di frontiera attraverso i dati dell’archeologia”.
Dopo aver introdotto il tema trattando la definizione di “frontiera” e distinguendola da quella di “confine”, il relatore è entrato nel pieno della questione, illustrando i mezzi di cui gli Assiri si servirono per ottenere il controllo del vasto ed eterogeneo territorio che avevano unificato sotto il proprio dominio e per stabilire la propria egemonia sulla frontiera di questo. Morandi Bonacossi, quindi, ha esposto una rassegna delle principali manifestazioni del potere imperiale assiro sul territorio -l’apposizione di stele commemorative in luoghi limitali e dal significato ideologico, la fondazione di nuove città, la sostituzione della cultura materiale locale con quella proveniente dal centro, la deportazione della popolazione di un territorio e l’insediamento di questa nelle città e nelle campagne attorno alle capitali, il potenziamento del sistema idrico- e ha poi esaminato, in particolare, i dati ricavati dalle ricognizioni nel Kurdistan Iracheno (Iraq settentrionale) e dallo scavo di Tell Gomel, programmati all’interno del “Progetto archeologico regionale Terra di Ninive”, avviato nel 2012, di cui egli stesso è direttore. Tali dati risultano preziosi per una serie di fattori: ampliano, infatti, le conoscenze relative ad un’area che fino a poco tempo fa risultava inaccessibile a causa della difficile condizione politica locale, permettono di effettuare un raffronto tra centro e periferia dell’impero –fin’ora meglio indagata archeologicamente- e dimostrano, insomma, che soprattutto nel I millennio a.C. gli Assiri, a fronte di un ampliamento dei territori e delle culture soggetti al proprio dominio, procedono all’imposizione di un sistema di controllo del territorio più intenso, relativo non solo alla periferia ma al centro stesso dell’impero, e che le stesse zone di frontiera assumono un particolare significato nell’ottica della dimostrazione del potere centrale.

Concluso il primo intervento, dopo una pausa ha preso la parola Marco Moriggi, docente di  Semitistica e Filologia Semitica del DISUM, presentando un intervento dal titolo “Tra epigrafia e archeologia: vita e incontri culturali tra limes eufrateno e Mesopotamia partica nel II-III sec d.C.”
Questo secondo intervento ha mantenuto l’obiettivo sulla Mesopotamia settentrionale, spingendosi però in avanti nel tempo per prendere in esame il limes costituitosi tra impero romano e impero partico in epoca Severiana (III sec. d.C.) e più in particolare il caso di una delle stazioni di difesa fortificate sorte sulle sponde dell’Eufrate, cioè Kifrin –oggetto di studio della missione “Haditha Project – State Board of Antiquities and Heritage of Iraq” tra il 1980 e il 1983. Lo studio dei reperti epigrafici ivi rinvenuti ha permesso di ricostruire un ambiente vitale, in cui la popolazione era principalmente mesopotamica e manteneva contatti sia con i dominatori romani sia con i vicini parti, ed è chiaro che qui varie culture (romana, partica, palmirena, atrena) convivevano. Si può dunque ricostruire un’immagine della frontiera mesopotamica di età Severiana che risulta avere diverse valenze: se per i romani si tratta di un confine da difendere e per i parti di una zona di interesse strategico, allo stesso tempo i dati a disposizione parlano di una frontiera dinamica, piuttosto che di un “confine” invalicabile, vissuta quotidianamente dai locali che, per svolgere le proprie attività, come la pastorizia, intrattengono rapporti continui con le realtà opposte.

Al termine dell’interessante seminario, la dottoressa Fulya Dedeoğlu (Ege University, Izmir) ha proceduto all’esposizione, all’analisi e all’interpretazione dei dati relativi al Neolitico, al Calcolitico e all’età del Bronzo ricavati dalla ricognizione territoriale del Meandro superiore e dallo scavo del sito di Beycesultan (Anatolia sud-occidentale), nell’ambito del Çivril Survey Project, per comprendere le trasformazioni culturali e il sistema insediativo di questa regione.
È stato quindi mostrato come per il Neolitico e il Primo Calcolitico non si hanno ancora segni di una gerarchia sociale e la cultura subisce delle trasformazioni dovute a dinamiche interne mentre  durante il Tardo Calcolitico l’apparire di una tipologia insediativa ben definita e di una cultura materiale che non hanno precedenti nella regione, la scoperta di livelli di distruzione nel sito di Beycesultan e un abbandono momentaneo di questo, sono elementi che fanno supporre un cambiamento culturale nella regione indotto dall’esterno.
Relativamente all’età del Bronzo, infine, si può dire che la prima parte di questa è interessata da un abbandono e un decremento dei piccoli siti e un’occupazione dei siti più grandi -forse perché ritenuti più sicuri in un momento in cui l’area fu interessata dagli attacchi dei Luviani- e tra questi Beycesultan risulta avere un ruolo importante in tutta l’Anatolia sud-occidentale.

Archeounict - Palazzo Ingrassia, via Biblioteca, 4 -95124- Catania (Italia) - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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