Il blog degli studenti di Archeologia di Catania

Siracusa bizantina: le luci del Medioevo sulla "capitale" siciliana del mondo classico

 

 

di Michelangelo Messina foto di Valeria Guarnera

 


Addì 22 novembre dell’Anno Domini 2013,

si è tenuto, nell’aula magna del Dipartimento di Archeologia, il seminario del dott. Giuseppe Cacciaguerra, dottorando nel nostro ateneo: desideroso di condividere i frutti del suo lavoro, il relatore ha dimostrato all’udienza come anche qui, dove si pretende che il classicismo abbia già espresso tutto il potenziale del patrimonio isolano, esiste l’archeologia medievale.

Non è certo il primo, sebbene non si tratti di un argomento all’ordine del giorno: ma per quanto la riluttanza a sentirla nominare alberghi ancora nel cuore di alcuni, è tramite le persone giovani (nel corpo e/o nella mente) che sta emergendo la voglia di riscoprire il Medioevo della Sicilia.
Il dott. Cacciaguerra si fa avanti per mostrare alla sua città un volto in cui rifiutava di riconoscersi, sia contando gli innumerevoli “buchi” creati dalla noncuranza, sia piantando nuovi semi che regaleranno alla ricerca nuove prospettive di studio, nuove vedute panoramiche per godersi Siracusa.

Un volto che, seppur somaticamente incerto, sembra roseo: una città bizantina, quasi un ossimoro per alcuni; ricca, vasta ben più di quel che si credeva, e soprattutto commerciale, come dimostrano le anfore da trasporto, da Keay e Late Roman alle globulari altomedievali, le cui diverse tipologie si incasellano in ogni secolo della Siracusa postclassica. Ulteriori studi che ribadiscono come il tentativo di trovare delle parabole discendenti da riconoscere negli strati medievali sia una pretesa positivistica, atta a spegnere la luce sui secoli bui.

Il dottorando ha anche formulato delle tesi per indicatori archeologici di base, una delle necessità espresse all’inizio della sua presentazione: ha illustrato i suoi studi sulla ceramica da fuoco, sulle classi da mensa e da dispensa fini (sigillate africane e ceramiche a vetrina pesante) e comuni, di produzione locale e d’importazione, oltre ai contenitori da trasporto suddetti; tutti provenienti dai pochi siti sui quali si è potuto cogliere qualcosa di stratigraficamente affidabile: il foro siracusano, il Tempio Ionico (scavi di Orsi più stratigraficamente affidabili di altri meno attempati!) e pochi altri, con l’apporto di contesti dell’area megarese, di cui sempre il dott. Cacciaguerra si è occupato. E si spera di scoprirne di ulteriori, prediligendo metodologie e stimoli sinora ignorati.

Ma se amaramente la prima parte del seminario ha mostrato le mancanze che ancora disarmano questi nuovi interessi, aggiungo un pensiero ottimista da amante cronico del Medioevo: sebbene timidamente, studi sulla Sicilia dei secoli bui si son già fatti avanti, sia da attenzioni esterne all’isola e al Paese, sia da appassionati e accademici locali; vanno solo giustamente pubblicizzati e valorizzati, se non per la loro completezza (si aspetta un manuale almeno delle problematiche generali!), per la loro audacia nel sapersi scrollare di dosso il peso di una colonna dorica, e per essere riusciti a ritagliarsi angoli in qualche pubblicazione archeologica rispondente alla sottocategoria medievale.

Gustiamoci questi lavori coraggiosi, e con ansia aspettiamo i prossimi seminari di Archeologia Medievale, una prepotente branca che, con raid barbarici e razzie saracene, sgomita per farsi spazio tra dei olimpici e ombre di Roma.

 

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L'Osireion di Abido - Intervista a Federica Pancin

 

 

di Ester Messina

Sabato 12 ottobre ho avuto la possibilità di partecipare all’inaugurazione di un’interessante mostra riguardante nuovi aspetti di un importante, ed unico nel suo genere, complesso architettonico dell’antico Egitto: l’Osireion di Abido-Viaggio nel Cuore Spirituale dell’Antico Egitto.

L’intervista che qui riporto riguarda i principali aspetti dell’iniziativa, che vede coinvolte numerose personalità ed enti sia privati che pubblici; in particolare, la diretta interessata è una studentessa dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. L’aspetto che più colpisce è sicuramente l’impegno collettivo: di scuole, in particolare l’Istituto superiore alberghiero di Dolo che ha curato l’accoglienza ed il rinfresco dell’evento, tutto rigorosamente a tema egiziano; imprenditori e sponsor coordinati dall’Assessorato alla cultura del Comune di Dolo. Va dato anche atto che il luogo destinato ad ospitare la mostra, le antiche scuderie della città, è stato adattato perfettamente alle funzioni richieste, con la suddivisione degli spazi in due grandi sale: la prima contenente notizie introduttive sul contesto indagato, nella quale è visibile un notevole plastico, scala 1:20, della struttura in questione, la seconda occupata da una ricostruzione della stanza del sarcofago.
Piacevolmente colpita dall’intera iniziativa, dalla collaborazione di tutte queste organizzazioni nel coinvolgere piacevolmente il visitatore, ed in modo particolare dall’entusiasmo e dalla voglia di mettersi in gioco, nonostante il brutto periodo che coinvolge noi giovani studenti, della dottoressa Federica Pancin, ho pensato di improvvisarmi reporter per il sito del nostro dipartimento e proporvi una piccola intervista fatta alla dottoressa, che ha partecipato a tutte le fasi di realizzazione dell’evento. Un’intervista che spero ci aiuti a non rinunciare ai nostri sogni, alle nostre iniziative e che ci serva un po’ da esempio.

-Ciao Federica, grazie per questo piccolo spazio che mi dedichi. Prima di parlarci del progetto raccontaci un po’ di te: presentati, dove hai studiato e dove studi, i progetti a cui hai partecipato, come è nata la tua passione per l'archeologia, in particolare per l'egittologia.
-Mi chiamo Federica Pancin, mi sono laureata nel 2010 in Conservazione dei Beni Culturali all’Università Ca’ Foscari di Venezia e sono ora laureanda in Scienze dell’Antichità nello stesso ateneo. Fin da bambina mi sono interessata alla Storia e all’Archeologia e, grazie ai libri che mi regalavano i nonni, ho poi scoperto una passione per gli antichi egizi. Così, la scelta del percorso universitario è venuta da sé: già sapevo che avrei studiato Archeologia e, soprattutto, che mi sarei laureata in egittologia. Ho partecipato a scavi delle epoche più disparate in Italia (perlopiù siti romani e altomedievali) e ho scoperto un nuovo interesse, l’archeobotanica, che ho potuto approfondire nella tesi triennale, conciliando così due grandi passioni: ne è risultata una ricerca sull’iconografia dei vegetali nella scrittura egiziana e nella decorazione delle tombe dell’Antico Regno. Pensavo di continuare questo studio anche per la tesi magistrale, ma non avevo ancora compiuto il viaggio ad Abido, sito che ha catturato la mia attenzione sin dal primo momento.
Credo che la cultura sia l’arricchimento che ciascuno deve perseguire, e per quanto mi riguarda ho seguito un percorso che non avrei potuto immaginare diverso; per questo continuerò ad approfondire l’egittologia anche se non dovesse diventare la mia professione.

-Raccontaci della tua esperienza in Egitto, come è nato il progetto e come è stato organizzato il lavoro fatto.
-Il viaggio ad Abido – non una vera e propria indagine archeologica, ma più che altro una spedizione per raccogliere dati e documentazione fotografica – nasce dall’incontro con il fotografo Paolo Renier, che lavora in Egitto da ventiquattro anni, e con il geometra Maurizio Sfiotti, un appassionato delle antiche civiltà. Già reduci da una mostra a tema abideno a Venezia, pianificavano di allestirne una nuova, che analizzasse il solo monumento dell’Osireion, un unicum dell’architettura funeraria egiziana. Il programma di viaggio (maggio 2013) prevedeva che in una settimana si scattassero delle fotografie in 3D del sito, che si prendessero misure di tutto il complesso, in vista della ricostruzione di due modelli in scala, e che si incontrassero studiosi e personalità locali per proficui scambi culturali. Il lavoro creativo e “alla giornata”, a cui non ero abituata, è stato una piacevole sorpresa: alle 7 di ogni mattina eravamo già all’interno del Tempio di Sethi I, la nostra base per qualsiasi attività, e ci si divideva poi tra i siti nei dintorni e l’Osireion. Devo dire che la mancanza di una tabella di marcia mi è stata insopportabile all’inizio, ma poi mi sono rassegnata e ho anche apprezzato i cambiamenti imprevedibili che incontri inaspettati possono portare: un esempio fra tutti è stata la presentazione del Dottor Yousry Dakshy, che, ospitato nel nostro salotto quasi per caso, ci ha illustrato una scoperta da lui fatta nelle alture a sud del villaggio di El-Arabah (toponimo moderno di Abido).
Il mio lavoro, che ufficialmente era quello di interprete, variava ogni giorno: ho aiutato Paolo con le riprese e con i documentari, e anche Maurizio con le misurazioni, mi sono confrontata con egittologi del posto su problematiche dibattute – come, per esempio, la presenza dell’acqua nel tempio o la datazione del monumento – e ho passato anche del “tempo da turista”, per godermi le meraviglie create dalla civiltà che da sempre ammiro.

-Spiegaci la metodologia di indagine archeologica intrapresa, soprattutto in relazione all'ambiente nel quale ci si trova. Descrivi le principali caratteristiche delle aree indagate lungo il Nilo, le differenze di uno scavo in un ambiente desertico e non. Quali le problematiche che il clima o l’ambiente in genere di questa zona pongono agli archeologi.
-Scavare nel deserto è diverso. Prima di tutto, l’ambiente e il clima sono differenti e richiedono, come si può immaginare, metodologie ad hoc. In second’ordine, in Egitto si sono consolidate pratiche archeologiche vecchissime di secoli, talvolta addirittura risalenti all’era delle grandi esplorazioni: per esempio, in Egitto non è l’archeologo a scavare, ma l’operaio locale diretto dall’archeologo. Senza addentrarsi in infinite speculazioni di natura sociale e politica, mi limiterò a dire che le cose stanno così e che, nonostante tutto, condivido il punto di vista di chi, archeologo, si affida all’esperienza di persone che conoscono bene il deserto, più che la sua archeologia. Se contiamo poi che l’Osireion è un sito unico nel panorama egiziano, fisicamente per la presenza dell’acqua e concettualmente perché è una tomba vuota, è impensabile che un archeologo non si avvalga della perizia dei locali per studiarlo. Anche nella spedizione di maggio siamo stati coadiuvati dal team dei guardiani del Tempio di Sethi I, sotto la direzione del signor Ahmed, che vive nel Tempio e in simbiosi con esso da sempre – suo padre era guardiano prima di lui e suo nonno prima ancora. Ne consegue che nessuno – nemmeno il più preparato egittologo – conosca l’Osireion più di lui. La nostra ricerca ha, quindi, preso le mosse da un colloquio preliminare con questa persona; in seguito, facevamo sempre riferimento a lui e alle sue conoscenze quando avevamo un’intuizione su dove proseguire la raccolta di dati.
Si diceva che l’Osireion è una costruzione unica. I contesti funerari egiziani sono i più indagati, seguiti dai templi; sono rari i casi di scavi di insediamenti di epoca faraonica e inesistenti le testimonianze archeologiche di architettura palatina. Ma nonostante l’Osireion sia chiaramente concepito come una tomba regale, esso non è un monumento funerario come quelli noti: non è una piramide, né una tomba scavata nella roccia. Di quest’ultima tipologia, però, ripropone la pianta. E l’altro elemento anomalo è, poi, l’acqua: nessuna tomba egiziana finora scavata era pensata per ospitare un canale, ma è chiaro che esso era stato concepito nel progetto originario. L’ultima stranezza che vorrei evidenziare è che l’Osireion è architettonicamente una tomba, ma non vi è alcuna sepoltura – né doveva esserci. Di conseguenza, l’indagine in questo sito deve considerare molteplici aspetti della cultura egiziana – e della disciplina archeologica in questo paese – e, tuttavia, essa non può essere inserita in nessuno schema predefinito.


-Qual è stata la vastità dell’area scavata, quante le persone coinvolte e per quanto tempo?
-La storia degli studi sull’Osireion è relativamente recente, dalla scoperta nel 1901 ad opera del Professor Flinders Petrie, fino all’indagine più approfondita del 1914 (da parte di Edouard Naville) e allo scavo definitivo del 1925-1926, grazie all’esperienza del Professor Henri Frankfort. Da allora il monumento è stato più che altro citato nelle pubblicazioni e mai più indagato in maniera esauriente. Gli ultimi sforzi in questo senso risalgono al primo decennio di questo secolo, con l’équipe americana dell’Università di Chicago diretta dal Prof. James Westerman. Egli ha tentato un drenaggio del canale, senza successo. Ultimamente l’archeologia è stata trascurata e ci si è concentrati più che altro sullo studio della decorazione del complesso (per esempio, con i lavori magistrali di Alexandra Von Lieven). L’area indagata, per il solo Osireion, è davvero ampia: si stima circa un ettaro; l’area archeologica di Abido, invece, è ben più estesa, con i suoi 8 kmq (nelle località di Umm el-Qa’ab, Shunet ez-Zebib, Kôm el-Sultan, el-Khirba ed El-Arabah-el-Madfouna). Per il lavoro di quest’anno, di natura documentaristica più che archeologica, oltre al team italiano composto da un fotografo, un geometra e una studentessa di Egittologia, ci si è avvalsi dell’aiuto del già citato signor Ahmed, guardiano del Tempio, di una guida esperta in sopravvivenza nel deserto, il signor Taher Abo, e di un egittologo locale, il Dottor Abdelaziz Hassan.

-L' Egitto è sempre stato, nel pensiero comune, un luogo archeologico caro ad ogni appassionato di antichità e non. Chiunque vi vada in viaggio, o ne legge qualcosa, o visita i padiglioni dedicatigli all'interno di musei, ne rimane affascinato. Quali saranno i principali temi, di studio e di ricerca, guida delle prossime indagini? Hai qualche anticipazione per noi se e quando è previsto il prossimo progetto?
-Il progetto di lavoro nell’Osireion continuerà sicuramente: la prossima spedizione potrebbe collocarsi già all’inizio dell’anno venturo, quando è previsto che il livello dell’acqua cali per almeno quindici giorni. In questa occasione sarà possibile documentare meglio la piattaforma della camera centrale, altrimenti sommersa e difficilmente accessibile. Altro lavoro riguarderà sicuramente la sala trasversale, che presentava tracce di decorazione al momento della scoperta e di cui non esistono immagini. Se il tempo sarà sufficiente, c’è in piano una ricostruzione 3D del monumento: alcune riprese sono già state effettuate quest’anno, ma è necessario completare la documentazione.
La prossima missione si concentrerà anche sull’aspetto antropologico dell’area di Abido – e dell’Osireion in particolare. Il sito è frequentato oggi da seguaci dell’antica religione e da mistici della reincarnazione: il Dottor Alessandro Menegazzo, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, si occuperà di approfondire questa tematica nell’ottica di una tesi di laurea e di una possibile mostra dedicata alla figura di Omm Sety, un’egittologa inglese che visse esperienze di reincarnazione ad Abido nel secolo scorso.


-Un tuo breve commento sullo stato attuale degli scavi nel sito di Abido, ed in particolar modo sulle problematiche del complesso dell'Osireion. Cosa sappiamo di nuovo dopo questa indagine archeologica?
-Il sito di Abido, uno dei più importanti per la Storia egiziana, data la sua frequentazione millenaria (dal Predinastico all’Epoca Tarda senza soluzione di continuità), merita di essere indagato ancora a fondo: le foto satellitari della zona archeologica, per esempio, mostrano diverse aree ancora sepolte in cui sono visibili evidenze monumentali. La situazione politica egiziana ha interrotto le ricerche per quest’anno e ci si augura che le cose possano andare meglio prossimamente.
L’Osireion, allo stesso modo, andrebbe approfondito: ci sono molteplici aspetti che vanno chiariti una volta per tutte, in primis la profondità del canale e la provenienza dell’acqua. In questo senso, un’indagine subacquea è quantomeno auspicabile. Effettivamente, quest’anno, per la prima volta, sono state effettuate delle riprese subacquee – poco significative, per la verità, per via dell’acqua torbida, ma sempre innovative rispetto alle precedenti campagne di ricerca. Inoltre, sono stati raccolti nuovi dati metrici, che in molti casi differiscono non di poco da quelli degli studi precedenti, ed è stato possibile creare un modello plastico del tempio/tomba: in questo modo, il realizzatore ha potuto porsi le stesse problematiche degli antichi costruttori, sebbene su scala ridotta. Una risorsa non ancora tentata dagli studiosi, e per questo pionieristica, è quella del 3D, che potrebbe riservare molte sorprese in futuro e, non meno importante, potrebbe portare il visitatore – e anche l’accademico – in un luogo altrimenti inaccessibile.

Un'asseblea per tutto il DISUM

 

 

foto e testo di Erika Magistro

Lunedì sette ottobre, presso l’Auditorium  De Carlo del monastero dei Benedettini, ha avuto luogo l’assemblea degli studenti, alla quale hanno preso parte il vice direttore professoressa Carminella Sipala e la professoressa Paino, per  discutere della recente proposta di modifica dello svolgimento della prova finale per le lauree triennali e magistrali. La seduta di laurea - in base alla seguente riforma - si articolerebbe in due distinti momenti: seduta per discussione della tesi dinanzi alla commissione competente e proclamazione sotto gli occhi di parenti ed amici. L’elaborato e la tesi consisteranno in un testo scritto in lingua italiana o in una delle due lingue straniere di studio, relativo a un ambito disciplinare o interdisciplinare coerente con l’iter formativo seguito dallo studente e ricadente in una delle tipologie previste dal regolamento didattico del proprio corso di studi.

Per l’assegnazione del voto finale entrerebbe in vigore la seguente disciplina:
“prima della seduta il relatore fa pervenire al presidente designato il proprio giudizio, espresso in termini di ‘sufficiente’, ‘buono’, ‘ottimo’; ogni lode ottenuta negli esami equivale a 0,25 punti; ogni esame superato all’estero nel quadro degli accordi Erasmus equivale a 0,75 punti; il conseguimento della laurea entro la sessione autunnale del II anno dall’immatricolazione equivale a 2 punti; la commissione può assegnare fino a un massimo di 7 punti ( 5 per le triennali)così distribuiti in base al giudizio: con ‘sufficiente’ fino a 2 punti, con ‘buono’ fino a 5 punti, con ‘ottimo’ fino a 7 punti; la lode viene assegnata all’unanimità su proposta del relatore; nel registro, oltre al voto, viene annotato il giudizio del relatore”.

L’emendamento avrebbe lo scopo di favorire lo studente meritevole  e di elevare l’atteso momento della prova finale da “discussione lampo” - interrotta dallo strepitio della folla in estasi e dai colpi di tosse di una commissione annoiata- ad un proficuo e appagante scambio dialettico dinanzi ai docenti consci dell’argomento di tesi, agognato traguardo e frutto di strenuo lavoro. Meritocrazia e necessità di cambiamento le parole chiave di un dibattito durante il quale sono state affrontate le disparate, a dir degli studenti, problematiche del dipartimento di scienze umanistiche: c’è chi ha lamentato la mancanza di aule informatiche o chi ha suggerito di avanzare riforme – piuttosto che su sedute di laurea - su ciclici piani di studio e meccaniche  modalità d’esame colpevoli di affievolire la tenacia di molti in seno ad un celere ma storpio percorso universitario. Desiderio di mutamento condiviso e contestato da un’esigua fetta della comunità studentesca che, ancora una volta, scalpita ma non partecipa, fischia ma non interviene, condanna  astenendosi dal diritto dovere di migliorare gli ingranaggi di un sistema non sempre efficiente ed efficace.

L'archeologia incontra il cinema a Licodia Eubea

 

 

di Alessandra Cilio

Anche quest’anno novembre si apre nel nome dell’Antico, a Licodia Eubea, piccolo borgo della provincia di Catania arroccato sui monti Iblei.
Dal 6 al 9 novembre 2013 il paese ospiterà la terza edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, evento dedicato alla conoscenza del passato attraverso il cinema e le arti visive. La manifestazione, fortemente voluta dalla sezione locale dell’Archeoclub d’Italia “Mario Di Benedetto”, vede nel comitato organizzativo il presidente Giacomo Caruso, promotore di attività ed eventi di carattere culturale sul territorio; la direzione artistica è invece affidata a Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, archeologa la prima, regista il secondo, testimonianza della necessità di un rapporto sinergico tra scienza e creatività nella divulgazione del nostro passato. A patrocinare l’iniziativa, la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Catania che, sotto l’egida del direttore Massimo Frasca, da anni organizza eventi, workshop e laboratori sulla diffusione dell’Antico nella società contemporanea, e la Fondazione Museo Civico di Rovereto con la sua Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, uno dei festival di settore più rilevanti in Europa, giunta oggi alla ventiquattresima edizione.

Il programma della Rassegna di Licodia Eubea è ricco e ben strutturato. Durante le quattro giornate saranno proiettati presso l’ex Chiesa di San Benedetto e Santa Chiara dodici documentari realizzati in Italia e all’estero, di recente produzione ed elevato livello qualitativo. Tra questi anche il film “L’Italia dei Longobardi” di Eugenio Farioli Vecchioli, primo classificato nell’edizione 2013 della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Verrà inaugurata una personale del fotografo romano Marcello Benassai con scatti inediti sulle scoperte e i restauri di alcuni tra i siti più suggestivi della regione libica, come Leptis Magna, Sabratha e Zanzur. Nel corso di ciascuna giornata, inoltre, verrà dato spazio al pubblico, attraverso l’organizzazione di incontri con archeologi, comunicatori e registi provenienti da tutta Italia, come il coordinatore del laboratorio Archeoframe della IULM di Milano Luca Peyronel, l’archeologo subacqueo napoletano Michele Stefanile, la comunicatrice dei beni culturali Elisa Bonacini e l’esperta in didattica archeologica Clorinda Arezzo, da Ragusa.

L’obiettivo è quello di raccontare l’archeologia in tutte le sue sfumature: scoperte sensazionali, come quella della città egiziana sommersa di Heraklion-Thonis o della decodifica del complesso meccanismo di Anticitera; ricerche che si muovono in sordina nonostante le difficoltà della guerra, della crisi, della povertà intellettuale di certi posti, si tratti di Libia, Eritrea, Giordania, del Sud America o dell’Italia stessa. Cifra caratterizzante, il concetto dell’archeologia intesa come ponte tra presente e passato, ma anche tra culture e realtà di oggi profondamente diverse e spesso in conflitto tra loro. Non è un caso, dunque, che il premio speciale dell’evento, istituito lo scorso anno e assegnato a chi abbia speso la propria professione per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio culturale, sia dedicato alla memoria di Antonino Di Vita: uno studioso  la cui profonda umanità caratterizzò l’intera sua attività di ricerca, un’attività densa e copiosa, pensata tanto per gli accademici che per la società civile, forse la più importante destinataria dei frutti del nostro mestiere di archeologi.

Il santuario di Apollo a Despotikò - "Tu pure, o Apollo Re, disvela i rei:/Falli perir, siccome usato sei"

 

 

gruppo catania


di Santo Salvatore Distefano

Tra Giugno e Luglio 2013 un gruppo di studenti appartenenti all’Università degli Studi di Catania (le Dott.sse Silvana Chiara, Maria Elena Masano, Maria Cristina Zimmitti ed il Dr. Santo Salvatore Distefano) è stato invitato a partecipare agli scavi archeologici sull’isoletta di Despotikò, adiacente ad Antiparos nell’arcipelago delle Cicladi in Grecia, diretti dal Dr. Yannos Kourayos, archeologo presso il Ministero della Cultura greco e direttore del Museo archeologico di Paros.

Lo scenario iniziale potrebbe sembrare idilliaco: percorrendo l’unica strada che collega il capoluogo omonimo dell’isola al villaggio di Aghios Georghios, ad un certo punto, svoltando a destra, si ha la visione del villaggio in primo piano, con le sue tradizionali casette bianche e le imposte blu, la nostra isoletta brulla sullo sfondo e tutt’intorno un mare blu cobalto da far togliere il respiro... Arrivati al piccolo molo, in attesa dell’imbarco, sta la “Sargos I”, con il suo capitano ed il fedele equipaggio, pronta a traghettare la spedizione archeologica verso l’isola disabitata.

Una volta giunti al di la del mare, si viene accolti da un gregge di caprette (uniche abitanti dell’isola, insieme al pastore), che subito scappa al rumore della barca, dopodiché inizia la salita per arrivare in cima; quasi immediatamente si notano alcuni vani isolati dell’edificio β e, successivamente, si apre l’immensa spianata del complesso santuariale.

despotiko

Il santuario si compone di due grandi edifici, il tempio vero e proprio con l’hestiaterion adiacente e l’edificio δ, di un complesso meridionale, nel quale sono ancora in parte visibili le rovine del castello veneziano di epoca medievale, e di una stoà.

La spedizione di quest’anno, notevolmente internazionale, era composta in massima parte di studenti facenti capo alle Università di Bari, Perugia, Pavia, Napoli e Catania, ma non mancavano studenti provenienti dagli Stati Uniti d’America, dalla Norvegia e dalla stessa Grecia; inoltre hanno collaborato figure professionali, quali architetti e geologhi, provenienti dalla Germania e dall’Austria, oltre che dallo stato greco.

spedizione 2013

Il Dr. Kourayos, mirabilmente coadiuvato dalla Dr.ssa Kornilia Daifa, dal 1997 ha intrapreso uno scavo regolare e sistematico che ha portato alla luce, sino ad ora, reperti di massima importanza, nonché vasellame di squisita fattura, che fanno bella mostra di sé nella sala allestita al Museo archeologico di Paros.

Nonostante le difficoltà riscontrate, quali la compattezza della terra greca (nota sin dai tempi antichi) ed il sole martellante per tutto il giorno, lo scavo di Despotikò è sicuramente una esperienza da vivere, poiché i fasti del luogo e la bellezza dei paesaggi circostanti ne fanno un piccolo angolo di paradiso da assaporare goccia dopo goccia.

Clicca qui per guardare l'intervista al Dr. Kourayos. 

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