Il blog degli studenti di Archeologia di Catania

Il Liotrowel alla mostra "Da Evarco a Messalla"

 

L’archeologia a Catania vive una situazione alquanto anomala poiché è l’unica grande città siciliana a non avere un museo archeologico. Infatti le collezioni che virtualmente ne farebbero parte sono sparse un po’ al museo civico di Castello Ursino ed il resto giace nei depositi. Una situazione abbastanza incresciosa per una città ricca di testimonianze quale è Catania.

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Lo spunto per questa riflessione nasce dalla mostra recentemente inaugurata all’Ex Manifattura tabacchi, che almeno sulla carta è il Museo Archeologico regionale cittadino. La mostra, intitolata “Da Evarco a Messalla”, espone quello che è stato definito il nucleo fondante dell’allestendo museo.

Si comincia con una finestra sulla Catania preistorica con i ritrovamenti di ceramica sparsi sulla collina di Montevergine che si datano a partire dal V millennio a.C. per proseguire in maniera più intensa specialmente nella tarda Età del Rame; di grande rilievo sono i reperti, due grandi brocche globulari deposte come offerte e poi intenzionalmente frantumate che provengono dalle grotte di scorrimento lavico che si estendono lungo la cintura da Misterbianco a San Gregorio. Di grandissima importanza sono le recenti attestazioni, seppur frammentarie, di ceramica micenea a Monte San Paolillo che tendono a rivoluzionare il frame interpretativo dell’area etnea nel Bronzo Medio.

Passiamo quindi alla Katane greca fondata appunto da Evarco e con essa allo zoccolo duro dei reperti in mostra, come ad esempio uno skyphos, trovato nelle fondamenta del Castello Ursino, ed altre forme ceramiche sia a figure nere che rosse, una parte di quest’ultime già esposte nelle sale del museo civico.

E’ bene ricordare come tutta la collina di Montevergine e le aree subito limitrofe possano essere considerate come il palinsesto dello stratificarsi archeologico e architettonico della città lungo i secoli, il cuore pulsante della storia cittadina. Pertanto è emblematico il caso del l’ex monastero dei Benedettini in cui si susseguono, in un continuum straordinario, tracce del Neolitico Medio passando per l’acropoli della colonia greca, per arrivare alle abitazioni di un quartiere residenziale con pareti affrescate che ricordano quelli delle abitazioni pompeiane.Di grande interesse sono i resti di cenere e ossa di animali bruciate connesse ad una serie di piccoli vasi attorno ad uno più grande usati evidentemente in banchetti rituali ( in greco "thysiai" ), ritrovati nelle fossette votive e risalenti al III secolo a.C.

Concludiamo questo breve excursus con uno dei ritrovamenti più sorprendenti e allo stesso tempo meno conosciuti dell’archeologia catanese: il deposito votivo di piazza S. Francesco che come la quantità di statuette che ritraggono l’offerente con un porcellino ci suggerisce era relativo al santuario di Demetra e Kore e copre un arco cronologico che va dalla fine del VII al IV secolo a.C.
La scoperta risale al 1959 ma fino ad oggi il pubblico non aveva avuto la possibilità di ammirare un numero così cospicuo delle statuette della stipe e questo è uno dei meriti che possiamo attribuire a chi ha allestito questa mostra.

L’esposizione non finisce certamente qui, da vedere c’è molto altro e soprattutto le testimonianze che vengono dai siti della provincia di Catania, solo per citarne alcuni l’abitato arcaico-classico di Monte Iudica, quello di Monte San Mauro a Caltagirone ed il santuario ellenistico di Occhiolà di Grammichele.
Speriamo che questa mostra possa essere il primo passo verso il recupero della memoria archeologica e storica di Catania, un passato lasciato nell’oblio e scalzato dalla predominanza di due simboli Agata e l’Elefante, sappiamo che Catania è molto più di questo, speriamo che questa convinzione penetri nelle coscienze di chi amministra e della società civile.

 

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Prima gita sociale: l’Associazione Archeounict si muove!

 

di Chiara Sotera

Giornata quasi primaverile, sabato 15 dicembre 2012. Ottima per quella che è stata la prima escursione voluta dai soci della neonata Associazione Archeounict.
I luoghi prescelti per la visita, concordati tra i soci che avevano aderito alla proposta di immergersi in un contesto archeologico, per verificare in prima persona quanto appreso principalmente sui libri, sono stati l’area archeologica di Palikè e la necropoli di Piano Camuti.
Nella mattinata, dunque, ci si è recati sul sito di Palikè, in contrada Rocchicella nella valle dei Margi, situato nel nodo di congiunzione fra la via che dalla piana di Catania risaliva fino a Gela e quella che dalla costa siracusana giungeva a Enna.

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Il sito archeologico Palikè

Qui i soci sono stati accolti dai responsabili dell’Antiquarium, ospitato all’interno della masseria Interlandi, e un video-documentario ha funto da introduzione preliminare alla storia insediativa del sito; successivamente, la visita al museo ha permesso di prendere visione degli svariati reperti rinvenuti nell’area e appartenenti a più epoche.

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Reperti provenienti dal sito archeologico Palikè conservati nell'Antiquarium

Tali resti testimoniano l’occupazione del sito sin dal X millennio a.C., quando tribù di cacciatori sfruttavano le risorse dell’area, tra le quali una grotta che può esser servita da riparo ma che non è stata scavata.
Le testimonianze ritrovate confermano la continuità d’uso del luogo anche nel neolitico e durante l’età del bronzo, epoca cui risalgono le tombe a grotticella artificiale scavate nelle pareti rocciose ai lati della grotta.
L’area antistante la grotta fu poi caratterizzata dalla presenza di un santuario dedicato agli déi Palici, i cui resti più antichi risalgono all’età arcaica (VII-VI secolo a.C.). Questi sono stati poi inglobati o nascosti da strutture di epoca successiva: i due edifici di epoca arcaica, che si trovavano al centro dell’area avanti alla grotta, furono coperti da un’opera monumentale di terrazzamento voluta dal siculo Ducezio; tale opera comprendeva nel punto più alto un hestiaterion (edificio per banchetti) e nelle terrazze inferiori due stoai.
L’ hestiaterion fu poi restaurato più volte in epoca romana, il che indica una continuità della sacralità del luogo, mentre cambiò funzione probabilmente nel III secolo d. C., giacché in una delle stanze fu impiantato un mulino.
Le variazioni di orientamento dei muri sono segno dei vari cambiamenti nelle modalità d’uso e nelle funzioni del luogo, alla conoscenza dei quali il gruppo è stato guidato, in questa occasione, da alcuni soci: studenti che avevano precedentemente partecipato a delle esperienze di scavo nel sito, dovute alla collaborazione dell’Università di Catania con la Soprintendenza, e che hanno messo a disposizione degli altri quanto appreso precedentemente.
Conclusa la visita al sito Palikè, rivelatosi estremamente interessante quale testimone di diversi periodi preistorici e storici, è stata raggiunta la tappa successiva della piccola spedizione: la necropoli situata a Piano Camuti, pochi chilometri a sud di Mineo. Si tratta del luogo di sepoltura degli abitanti di un villaggio dell’antica età del bronzo, costituito da tombe di cultura castellucciana a grotticella artificiale, scavate nella roccia e stagliate in un paesaggio collinare suggestivo.

 

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La necropoli di Piano Camuti

Anche in questo caso si è reso prezioso l’apporto di quei soci che, in possesso di conoscenze in preistoria, hanno aiutato gli altri a meglio inquadrare il contesto.
La giornata ha quindi avuto termine con una breve visita del centro storico della vicina Mineo.
Le somme di questa esperienza sono senz’altro positive poichè l’apprendimento non è stato unilaterale: non sono stati, cioè, soltanto quei soci che non avevano profonde cognizioni precedenti del luogo ad apprendere qualcosa, bensì anche coloro i quali si trovavano già in possesso di conoscenze specifiche che hanno potuto mettere alla prova attraverso il confronto con altri e l’osservazione diretta.

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I soci che hanno partecipato alla prima gita sociale durante la visita a Palikè

La giornata è stata quindi espressione di quello che è lo spirito dell’Associazione Archeounict, che si propone, tra l’altro, di promuovere una conoscenza attiva, partecipata, del patrimonio archeologico siciliano, facendo in modo che i protagonisti di ogni evento siano tutti coloro che si affacciano con interesse al mondo dell’archeologia ma in special modo i giovani, cosicché in un futuro -auspicabilmente non molto lontano- diventino capaci di valorizzare pienamente l’enorme potenziale dei beni culturali siciliani.

Post fata resurgo: l’Agorà di Smirne dopo la ricostruzione di Marco Aurelio.

 

di Santo Salvatore Distefano

Tra Agosto e Settembre 2012 alcuni studenti dell’Ateneo catanese hanno avuto la possibilità di svolgere un periodo di attività di scavo in Turchia, con precisione ad Izmir (antica Smirne), grazie alla cooperazione tra la cattedra di Archeologia della Magna Grecia e Sicilia dell’Università degli Studi di Catania, di cui è titolare il Prof. Massimo Frasca, e quella di Archeologia Classica della Dokuz Eylül Üniversitesi di Izmir, della quale è a capo il Prof. Akın Ersoy.


L’obiettivo dello scavo, alle dirette dipendenze dell’entourage turca, guidata dal Prof. Ersoy, è di riportare alla luce, e di restaurare ove possibile, una delle Agorà dell’antica città di Smirne, rasa al suolo dal terribile cataclisma del 178 d.C. e fatta ricostruire dall’Imperatore Marco Aurelio, su intercessione del retore Elio Aristide.
Suddivisi in due turni (06 – 24 Agosto e 03 – 25 Settembre), hanno partecipato studenti della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici (Dott.ssa Cristina Di Lorenzo – Settembre), della Scuola Superiore di Catania (Dott.ssa Dalila Alberghina – Agosto) e della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Catania (Dott.ssa Sara Catalano – Agosto, Dott. Santo Salvatore Distefano e Dott.ssa Barbara Mobilia – Settembre).

Le attività previste per questa esperienza sono state variegate: infatti, dopo un primo periodo di catalogazione dei reperti ceramici, si è passati alla “Mosaic Hall”, per prendere parte al restauro del mosaico in situ; successivamente ci si è spostati allo scavo vero e proprio, a ridosso di una conduttura sotterranea che portava acqua alle vicine terme, indi, ultima parte del programma di scavo, la catalogazione dei reperti marmorei provenienti dal bouleuterion e dalla Basilica, una delle più grandi ed imponenti del mondo romano, seconda solo a quella di Traiano in Roma, all’interno del Foro omonimo.
Naturalmente il soggiorno non è stato solo duro lavoro, ma anche visite ai più bei siti della costa dell’Asia Minor, come Efeso, Priene, Mileto, Didima, Alicarnasso, Pergamo e Kyme (“la più grande e la più nobile delle città eoliche” secondo Strabone), dove è attiva la Missione Archeologica Italiana Kyme Eolica (MAIKE), a cura dell’Università degli Studi di Catania e dell’Università della Calabria, sotto la guida del Prof. Antonio La Marca, docente di Archeologia e storia dell’arte greca e romana presso l’Università della Calabria, in collaborazione con il Prof. Massimo Frasca, direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Catania.

Un’ultima curiosità: Mercoledì 12/09/2012 si ha avuto l’onore di una visita di Stato da parte del Sig. Sindaco di Torino, Dott. Piero Fassino, accompagnato da Sua Eccellenza il Sig. Console italiano ad Izmir, Dott. Igor Di Bernardini; in quella occasione il Dott. Distefano, su richiesta del Prof. Ersoy, ha illustrato alle autorità sopra citate l’area archeologica e gli obiettivi di scavo. Volendo tirare le somme di questa esperienza, oltremodo positiva, si è assistiti a mondi e scenari molto diversi da quelli italiani, ma, allo stesso tempo, complementari. Sicuramente un periodo che rimarrà impresso e scolpito nelle menti e nei cuori di ogni partecipante!

Di vulcano in vulcano: uno studente catanese sullo scavo di Stromboli

 

 

di Gesualdo Busacca

Quando si sbarca per la prima volta sull'isola di Stromboli, si è immediatamente catturati dalla presenza imponente del vulcano, che è, in buona sostanza, l'isola stessa. Gli stromboliani lo chiamano “Iddu”, nomignolo affettuoso e al tempo stesso reticente per indicare qualcosa che non c'è mai bisogno di indicare, o di chiamare per nome, qualcosa di sempre a portata di dito e di sguardo. Stromboli è apparentemente un'isola totalmente priva di attrattive per l'insediamento: poverissima di acqua, priva di un qualsiasi approdo naturale, esposta continuamente alla minaccia del vulcano, che ogni tanto fa sentire la propria presenza – nel 1930, una potente esplosione scagliò lapilli fino all'abitato: il 90% degli abitanti emigrarono, prevalentemente verso l'Australia, lasciando semideserti il paese e i vigneti di Malvasia che sorgevano lungo i pendii. Malgrado tutto, l'isola risulta abitata fin dal neolitico finale. Negli ultimi anni, alcune campagne di scavo intensive stanno gettando luce sulle prime fasi del popolamento dell'isola.

 

Era il 1980 quando, durante i lavori di costruzione di un campo da calcio, alle spalle della chiesa di San Vincenzo, emersero delle strutture murarie che vennero tempestivamente interpretate da Madaleine Cavalier come resti di capanne dell'età del bronzo. L'ampliamento dello scavo mise in luce una porzione di un villaggio appartenente a una fase avanzata della facies eoliana di Capo Graziano (1700-1500 a.C.). L'apertura di piccoli saggi nei terreni limitrofi valse a determinare approssimativamente le dimensioni del villaggio e a individuare la presenza di strutture di epoche successive, tra cui una necropoli greco-ellenistica. La fioritura del villaggio durante l'ultima parte del Bronzo Antico si spiega bene nel quadro di elevata mobilità che si registra nel Basso Tirreno durante questa fase, dovuta in gran parte alla frequentazione micenea delle Eolie, delle coste calabre e campane e delle isole Flegree, testimoniata dai ritrovamenti di ceramica databile alla prima fase della civiltà micenea (TE I-II). In questo contesto, Stromboli assume notevole importanza come avamposto nord-orientale delle Eolie, grazie a una visuale che spazia dallo Stretto di Messina fino alle isole Flegree.
Nel 2009, lo scavo è stato ripreso e ampliato da un'equipe di archeologi coordinata dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Modena e Reggio Emilia, nella persona della Prof.sa Sara T. Levi, con la partecipazione del Servizio Beni archeologici della Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina e dal CNR-ICEVO di Roma. L’attuale serie di interventi ha carattere interdisciplinare e didattico, e proprio in questa duplice modalità risiede, a mio parere, il punto di forza della missione archeologica di Stromboli. Proprio per le particolari condizioni geologiche che caratterizzano il sito, le analisi vulcanologiche e petrografiche hanno affiancato di pari passo l'indagine archeologica, condizione necessaria per un luogo in cui la storia dell'uomo e la storia del vulcano sono intimemente connesse. Grande spazio si è dato anche alle indagini archeometriche, grazie alla cooperazione, sia in fase di scavo che di laboratorio, tra archeologi, geoarcheologi, vulcanologi, geofisici, paleobotanici, topografi e restauratori. Sullo scavo erano inoltre presenti molti studenti provenienti da diversi Atenei italiani, che, come me, hanno avuto l'opportunità di coniugare attività di scavo vera e propria a momenti di didattica frontale e sul campo riguardante diversi aspetti del mestiere dell'archeologo, dalla lettura della sezione stratigrafica al rilievo fino al trattamento dei materiali e all'elaborazione dei dati tramite database e GIS. Un'occasione di apprendimento rara, soprattutto all'interno della nostra Facoltà, dove spesso mancano le occasioni per intraprendere esperienze di scavo che siano al contempo ricche dal punto di vista didattico.
La mia permanenza è durata quattro settimane, nel mese di ottobre; sia il vitto che l'alloggio sono stati finanziati dalla missione. Complemento importante della mia esperienza sono state l'escursione sullo Stromboli, per ammirare da vicino il fenomeno sempre emozionante dell'eruzione vulcanica e la visita al Museo Archeologico Eoliano di Lipari, punto di partenza obbligatorio per lo studio dell'archeologia dell'arcipelago eoliano.

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Un'esperienza, dunque, fortemente positiva, che devo in buona parte alla mediazione della Prof.sa Simona Todaro, docente di Preistoria e Protostoria presso il nostro Ateneo, che mi ha messo in contatto con l'equipe di Stromboli. Anche la Prof.sa Sara Levi, direttrice dello scavo, ha manifestato una forte apertura verso una partecipazione più concreta e meglio istituzionalizzata di studenti della nostra Facoltà, invito che sono lieto di raccogliere e di rendere noto tra i miei colleghi, in vista della prossima campagna di scavi, che si terrà tra fine maggio e l'intero mese di giugno. E non possiamo mancare, del resto, noi catanesi, che come gli stromboliani di oggi e come gli antichi abitanti del villaggio di San Vincenzo, ci confrontiamo quotidianamente con il nostro “Iddu”, l'Etna.

 

Progetto COOPERLINK: scavo a Creta

 

di Ester Messina

L’esperienza di scavo svolta nell’area archeologia di Haghia Triada a Creta, Grecia, fa parte del progetto intensivo internazionalizzato COOPERLINK, che vede interessate l’università di Catania e quella di Varsavia; il tirocinio ha avuto una durata di tre settimane, dall’8 al 29 luglio 2012, ed ha visto gli studenti impegnati in diverse attività legate al lavoro sul campo e alla ricerca. Le fasi principali che sono state svolte sono: scavo archeologico, pulitura di ceramica ed altro materiale rinvenuto durante le attività di scavo, studio del materiale, stesura e rivisitazione dei disegni del rilievo architettonico, compilazione del diario di scavo e schede US: la direzione dei lavori era affidata al Professor Pietro Militello con la collaborazione dell’illustrissimo Professor Vincenzo La Rosa e del Professor Filippo Carinci dell’università Ca’Foscari di Venezia.

Questo tipo di esperienza è sicuramente utile per ampliare le proprie conoscenze in ambito archeologico, permettendo ai partecipanti di imparare competenze lavorative impossibili da apprendere in un’aula universitaria; di grande importanza è anche la possibilità di relazionarsi con studenti stranieri, in questo caso polacchi, entrando quindi in un ambiente di collaborazione internazionale. Nel corso delle tre settimane abbiamo avuto anche la possibilità di partecipare a delle escursioni didattiche svoltesi principalmente nella Creta centro/meridionale: nel sito di Festòs (I e II Palazzo), ad Haghia Triada e nella città romana di Gortina, oltre ad una escursione “alla scoperta” delle tholoi protostoriche diffuse in tutta la Messarà. Queste visite nei siti archeologici principali si sono potute compiere grazie alla collaborazione di due ricercatrici di Ca’Foscari presenti nella Missione Italiana, che hanno messo a disposizione degli studenti la propria preparazione. Altre gite effettuate nei giorni liberi dalle attività di scavo hanno avuto come destinazioni: la necropoli Tardo Antica di Matala, la tholos del periodo geometrico di Priniàs, il palazzo di Cnosso, il Museo di Iraklio, l’Acropoli di Atene, il Museo dell’Acropoli ed il Museo Archeologico Nazionale di Atene.

In altre occasioni è anche stato possibile conoscere maggiormente la cultura moderna di Creta, partecipando ad un matrimonio greco e ad una sagra gastronomica

Per quanto riguarda il punto di vista economico, l’università ha finanziato le spese del viaggio (spostamenti in aereo, nave ed autobus) e dell’alloggio (soggiorno e pernottamento nella casa della scuola archeologia italiana presso il sito di Festòs).

Secondo il mio parere personale è stata un’esperienza indimenticabile che consiglio a tutti gli studenti di archeologia; ci tengo anche a sottolinearne l’importanza in quanto utile alla formazione sia curriculare che culturale di noi studenti.

Alla domanda “Torneresti a scavare a Creta?” risponderei: “Certamente”.

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