Il blog degli studenti di Archeologia di Catania

Indagine Archeologica sulle “Terre del Principe” a Belpasso

 

di Michelangelo Messina

Il sito archeologico dell’area di Belpasso/Valcorrente rappresenta un esempio di insediamento riabitato più volte nel tempo: il toponimo “parlante” indica la presenza di corsi d’acqua nella zona per diversi periodi preistorici e storici, sfruttati dall’uomo sin dal Neolitico e testimoniati da rivoli tuttora utilizzati. Lo scavo di quest’anno, svoltosi nell’intero mese di maggio con gli studenti e protrattosi fino alla fine di giugno con l’ausilio di operai specializzati, è stato gestito dalla Dott.ssa Maria Turco, della Soprintendenza di Catania, e dal Prof. Orazio Palio, docente di Preistoria e Protostoria nel CdL in Scienze del Turismo, e la sua promozione in ambito accademico è stata favorita dalla Prof.ssa Simona Todaro, che ha invitato gli studenti che hanno seguito il suo corso di Preistoria e Protostoria nei CdL triennale e magistrale Beni culturali e Archeologia a partecipare a questa campagna. Questi, suddivisi in due turni di due settimane, hanno avuto modo di svolgere il tirocinio in un’esperienza di scavo stratigrafico preistorico che si è rivelata abbastanza fruttuosa.

L’area indagata si trova tra la zona etnea e la grande piana a sud di Catania: attualmente si presenta come una collina bassa giacente su diverse colate laviche molto antiche. Il contesto si trova su un terrazzamento da cui si domina la costa e la pianura sottostante, con delle sorgenti vicine che rendono il posto particolarmente adatto all’agricoltura e all’allevamento; è stato probabilmente uno dei siti di collegamento tra l’area costiera e l’entroterra dell’isola.

Le campagne di scavo (la prima del 2005, una frettolosa azione d’emergenza, la seconda quella cui ho preso parte nel corrente anno) hanno restituito diverse fasi insediative legate alle facies culturali più importanti dei vari periodi preistorici siciliani: il Neolitico Finale è testimoniato dalla ceramica della cultura di Diana, sebbene vi siano anche sparute testimonianze più antiche di ceramica di Stentinello e di Serra d’Alto, relative al Neolitico Medio della Sicilia orientale e delle Eolie, talune messe in luce durante le stesse campagne, altre smosse da una “campagna di buca” di un gruppo di clandestini; le fasi insediative corrispondenti, però, non sono state raggiunte nel saggio di quest’anno per limiti di tempo; i rapporti con le isole vulcaniche a nord sono testimoniati anche dalla presenza dell’ossidiana, reperibile nei flussi di Lipari e di altre zone dell’arcipelago; dell’Eneolitico finale è presente maggiormente la ceramica della cultura di Sant’Ippolito, facies dopo Serraferlicchio ma prima di Castelluccio: questo sito risulterebbe particolarmente importante se fosse considerabile ufficialmente un centro abitativo, data la scarsità di abitati dell’Età del Rame finora rinvenuti in Sicilia; le strutture murarie circolari rinvenute relative a tal periodo, riferibili a due fasi insediative diverse, sono però di dimensioni troppo ristrette per essere considerate con certezza vere e proprie capanne, dato che queste hanno diametri che vanno dal metro e mezzo ai due metri e mezzo circa; infine l’Antica Età del Bronzo, cui corrispondono due fasi di frequentazione, è di difficile datazione a causa della cattiva conservazione dei frammenti ceramici, dovuta all’acidità particolarmente elevata del terreno; alla fase più antica di questo periodo corrisponde la più imponente struttura muraria dell’insediamento, la USM1, caratterizzata da grosse pietre basaltiche disposte con andamento curvilineo, che occupa l’intera area nord-sud del sito. Grazie al loro affioramento parziale in superficie è stata scelta l’area da indagare (oltre alla concentrazione dei resti materiali reperibili sull’humus).

L'esperienza polacca di una catanese al Master in Archaeology, International options

 

di Angela Marzia Catania

Durante il mio percorso di studi, ho avuto la possibilità di partecipare al progetto di Master Internazionale in Archeologia finanziato dal MIUR (Cooperlink) e istituito tra l’Università degli Studi di Catania, l’Università d di Varsavia (Polonia) e l'Università Selcuk di Konya (Turchia). Tale progetto prevede un periodo di studio di 4/5 mesi presso l’università ospitante, la partecipazione ad una campagna di scavo internazionale, la frequenza di due settimane di corso intensivo, equamente distribuite tra le due università.

Il master permette agli studenti partecipanti la possibilità di conseguire un doppio titolo di studio valido in due delle nazioni coinvolte all'interno del progetto tramite l’acquisizione di crediti formativi all’estero, e la supervisione della tesi da parte di un correlatore dell’università ospitante.

Nel mio caso, la destinazione prescelta è stata l'Università di Varsavia. Nei mesi trascorsi nella capitale polacca, ho avuto il piacere di confrontarmi con un sistema universitario differente, di conoscere la cultura polacca, di visitare Varsavia e i suoi dintorni, di viaggiare attraverso diverse regioni della Polonia, avvicinandomi alla conoscenza di tradizioni e costumi locali.

Nonostante la difficoltà relativa alla comprensione della lingua polacca, la disponibilità di colleghi e professori mi ha permesso di seguire i corsi facilmente, e grazie al confronto e al continuo scambio di idee, ho avuto la possibilità di arricchire il mio bagaglio di conoscenze, sia dal punto di vista umano che didattico.

Per quanto riguarda lo scavo archeologico, ho partecipato alle attività di scavo ad Aghia Triada (Creta). La campagna di scavo preso la villa Minoica di Aghia Triada prevede la partecipazione degli studenti del corso intensivo, ed è perciò caratterizzata da un clima altrettanto internazionale. Durante lo scavo ho avuto la possibilità di stare a stretto contatto con docenti e ricercatori che lavorano ai materiali conservati presso il museo stratigrafico della missione italiana, oltre che ampliare conoscenze specifiche sia dei materiali sia dei siti archeologici, grazie alle visite guidate nei siti limitrofi (ad esempio Gortina, Kommos, Kamilari, Prinias, Mallia, Knossos, oltre alle visite guidate presso gli stessi siti di Aghia Triada e Festos).

Infine, le settimane del corso intensivo rappresentano un ulteriore momento di confronto e formazione. Esse prevedono anche la partecipazione di professori da altri atenei e le lezioni vengono alternate a visite guidate ai siti archeologici vicini alle rispettive sedi universitarie (come ad esempio le visite ai siti di Taormina, Tapsos, Palazzolo Acreide, Agrigento, Siracusa, Pantalica; nel caso della settimana di corso presso l’università di Varsavia, oltre che le visite ai musei della città, abbiamo avuto a possibilità di visitare anche Cracovia).

Reputo particolarmente importante inoltre la possibilità di avere, per il proprio lavoro d tesi, un correlatore straniero. Tale esperienza mi ha permesso di approfondire innanzitutto la conoscenza della lingua inglese e di avere un differente punto vista sul mio lavoro di tesi.

La partecipazione al progetto Master Internazionale in Archeologia/cooperlink, rappresenta a mio parere una opportunità per aprire i propri orizzonti di conoscenza, per avere ulteriori possibilità lavorative in futuro, una risorsa attiva per la propria formazione professionale e umana.

 

Una catanese a Tell es-Safi/Gath

 

di Chiara Pappalardo

"Dear Chiara, Congratulations! I'm happy to inform you that you have been chosen as one of the recipients of the ADAR Foundation Scholarships for participation in the excavations at Tell es-Safi/Gath". E' con queste entusiastiche parole di Aren Maeir, ordinario dell'Università di Bar Ilan e direttore del "Tell es-Safi/Gath Archaeological Project", che l'avventura di una studentessa catanese in Israele ha inizio. Cappello stile Indiana Jones, borraccia, crema solare protezione cinquanta e trowel sono l'equipaggiamento indispensabile per un archeologo che voglia sopravvivere nella "terra di latte e miele", più una valigia di venticinque chili. Ma né il cocente sole levantino, né l'insopportabile fardello del mio trolley potrebbero trattenermi dal raggiungere la meta prefissata: la biblica Gath, patria di Golia e una delle cinque città-stato componenti la pentapolis filistea (Ashkelon, Ashdod, Ekron, Gaza e Gath). Qui i Filistei si stabilirono nel contesto di quell'ampio movimento migratorio che interessò il Mediterraneo tra il XIII e il XII secolo a.C., noto come "invasione dei Popoli del Mare", dopo essere stati respinti dalle coste egiziane per mano delle poderose armate di Ramses III, come riferiscono i quaranta metri del Grande papiro Harris e i rilievi monumentali del Tempio di Amon a Medinet Habu. Archeologicamente, il loro arrivo significa il repentino passaggio dall'Età del Bronzo alla tecnologia del ferro, di cui detennero per lungo tempo il monopolio, in accordo con quanto riferito dal testo biblico (1 Samuele 13:19-20).

Team del "Tell es-Safi Archaeological Project"

Anche se sono i possibili collegamenti tra il record archeologico e la Bibbia ad affascinare il grande pubblico e a ottenere risonanza mediatica, Tell es-Safi/Gath è molto di più: un sito largo cinquanta ettari e dalla stratigrafia complessa almeno quanto la sua storia culturale, che si snoda attraverso cinquemila anni di uomini e civiltà, dal Bronzo Antico a oggi. Una storia che non può essere ricostruita solo attraverso ritrovamenti da prima pagina, che pure a Gath non mancano. Ne sono un esempio l'altare litico in tutto simile a quello descritto nel testo biblico (Esodo 27:1-2; 1 Re 1:50) e riportato alla luce durante la scorsa stagione di scavo, o l'ostrakon sul quale è inciso il più antico testo filisteo decifrabile: due nomi in scrittura alfabetica che dimostrerebbero l'originale background indoeuropeo di questa popolazione. Ma a Tell es-Safi/Gath la memoria di un passato remoto e polveroso risiede nei partcolari, vagliati meticolosamente, frammento dopo frammento, granello dopo granello. E' quanto accade, in particolare, nell'area E, dove un'equipe di studenti canadesi, sotto la supervisione dell'archeozoologo Haskel Greenfield, indaga un quartiere domestico risalente al Bronzo Antico III, ovvero alla fase finale del vasto fenomeno dell'urbanizzazione nel Levante, con ogni probabilità connesso al coinvolgimento del sito in rotte commerciali verso la Mesopotamia e l'Egitto protodinastico. E' decisamente qui che mi piacerebbe scavare.

Le giornate cominciano presto, alle 4.30, per non perdere gli autobus che ogni mattina trasportano quasi centocinquanta anime dal Kibbutz Revadim al tell, dove la scalata del pendio scosceso e coperto di sterpaglie è ulteriormente ostacolata dalla consueta pesantezza delle palpebre. Ma, una volta trascinati tutti gli attrezzi dall'autocarro alla sommità, l'alba sulla Valle di Elah è uno spettacolo senza pari, da godere in un silenzio religioso, rotto solo dal raglio degli asini dei beduini in lontananza.

Veduta aerea dell'area E (sotto) e P (sopra)

Il tempo che separa l'inizio dei lavori dalla rigenerante colazione sul tell è scandito da colpi di piccone e raschiare di trowels. Per quanto frammenti di ceramica, selce, ossa e conchiglie siano all'ordine del giorno, è un'emozione sempre nuova stringere tra le mani una mandibola di quattromila anni o un qualsiasi nuovo reperto. Anche se nulla è paragonabile al ritrovamento di un vaso integro, o forse solo quello di un uovo di serpente. Perizia e una vista da dieci decimi sono doti fondamentali per individuare anche i più piccoli resti organici: carbone e semi costituiscono infatti del materiale prezioso per ottenere datazioni assolute al radiocarbonio, che è solo una delle tante analisi applicate, negli attrezzati laboratori allestiti nel kibbutz, dal team del Weizmann Institute of Science e da specialisti quali botanici, archeozoologi, geomorfologi, esperti in datazioni tramite termoluminescenza, ecc.

L'ultima ora della giornata sul tell è tutta una nuvola di polvere grigiastra, quella da noi sollevata nel frenetico tentativo di ripulire ogni superficie dalla terra superflua prima di riporre gli attrezzi per fare ritorno al kibbutz. Questa operazione è essenziale per permettere a uno scanner Leica 3D di documentare e registrare il maggior numero di informazioni sulle caratteristiche stratigrafiche e architettoniche di ogni singolo quadrato dell'area. Nel quadrato 93A, nel quale ho lavorato, ad esempio, è emerso un interessante pattern di mura in mattoni di fango su un pavimento di sassolini, coperto da una spessa superficie di terra mista a cenere e rivestita di gesso (dovuta forse al collasso del tetto o, più probabilmente, delle mura perimetrali).

I pomeriggi si svolgono quasi sempre secondo lo stesso programma e sono, se possibile, anche più intensi. Dopo un numero variabile di ore trascorse a strofinare frammenti di ceramica per il "pottery washing", facendo a gara per trovare, magari, un'iscrizione, ci attende ogni giorno un eccitante tour di un diverso sito archeologico della Shephelah. Guida d'eccezione è il direttore degli scavi del sito: Yosef Garfinkel per Khirbet Qeiyafah o Oded Lipschits per Azekah sono solo alcuni dei nomi di studiosi di rilievo internazionale che mi era capitato di citare e che, con un certo effetto, ho avuto modo di conoscere. Ogni giornata si chiude, infine, con una conferenza tenuta da un esperto diverso su un argomento inerente all'archeologia del Levante.

Il monte del Tempio di Gerusalemme visto dal Monte degli Ulivi

Nel rispetto della tradizione religiosa dello Shabbat, il lavoro sul tell e al kibbutz è sospeso da venerdì, al calar del sole, a sabato sera. Si tratta di una buona occasione per visitare posti nuovi e imparare ancora da questa terra antica, malgrado la chiusura di tutti i servizi pubblici e i disagi che, inevitabilmente, ne derivano, in primo luogo la difficoltà negli spostamenti. La secolare Tel Aviv, Gerusalemme, Qumran, la fortezza di Masada, Gerico e il Mar Morto sono tra le mete più suggestive in Israele. Ma è Gerusalemme, la "città d'oro", a rapirmi. Qui, quando il venerdì sera ebrei da tutto il mondo si riuniscono in preghiera davanti al Muro Occidentale, intonando canti e battendo le mani sulle note di "Shabbat Shalom", il tempo sembra davvero essersi fermato ai giorni di Erode il Grande. Gerusalemme è anche la città dove le maggiori religioni monteiste convergono e convivono, come si evince dalla suddivisione della Città Vecchia in un quartiere ebraico, uno musulmano, uno cristiano e uno armeno. Basta affacciarsi da Misgav Ladach Street per cogliere in un solo sguardo quelli che sono i luoghi più sacri per Ebrei, Musulmani e Cristiani: il Muro Occidentale, la Cupola della Roccia e il Monte degli Ulivi. Oppure è sufficiente passeggiare tra i rosari, le stelle di David e le Menorah esposti nei vicoli del Suq per rendersi conto che, come è stato detto dal poeta israeliano Yehuda Amichai, "Gerusalemme è la Venezia di Dio".

Prima ancora che potessi accorgermene, sono volate via quattro settimane e la quindicesima stagione di scavo a Tell es-Safi/Gath volge già al suo termine. Manca solo un ultimo sforzo per ricoprire tutto quanto è stato scavato con un panno isolante prima di lasciare, a malincuore, il sito. Ma, dopotutto, come mi fa notare Nati, la mia amica da Chicago,"questo è il ciclo naturale dell'archeologia". Così me ne torno alla cara, vecchia Catania e alla vita di sempre con il trolley un po' più leggero, certo, ma visibilmente arricchita da un nuovo e prezioso bagaglio culturale: quello di un viaggio indimenticabile attraverso una cultura millenaria e un Paese tanto contraddittorio quanto affascinante.

 

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