Il blog degli studenti di Archeologia di Catania

Il rapporto tra tradizione e modernità, tra Islam e modernizzazione: incontro con la prof.ssa Biancamaria Scarcia Amoretti.

Articolo di Michelangelo Messina, foto di Giulia Raimondi.

 

Nel pomeriggio di mercoledì 11 novembre 2015, il seminario tenuto dalla Professoressa Biancamaria Scarcia Amoretti ha inaugurato la serie di nove incontri previsti dal laboratorio Conoscere il mondo arabo-islamico, organizzato dai Professori Nicola Laneri, Marco Moriggi, Antonio Pioletti, Laura Bottini, Mirella Cassarino, e mirato alla sensibilizzazione dell'uditorio ad argomenti noti ai più solo tramite brevi slogan da mass media.
 Biancamaria Scarcia Amoretti, oggi Professore emerito di Islamistica all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", ha presentato il problema di una nostra "definizione" di Islam come necessariamente intrecciato alla visione di quel mondo che ad esso si contrappone, quello occidentale: la riflessione del mondo islamico sulla modernità nasce dopo l'ideazione di una dicotomia che vede, da un lato, un Occidente rivolto a valori d'ordine materiale (che appiattiscono la dimensione etica), che assicurerebbe la superiorità tecnologica e l'attitudine scientifica; dall'altro un Oriente del tutto spirituale, rinchiuso nelle sue tradizioni. Da questa dicotomia e da una serie di accuse mosse all'Islam sono nate sia le concezioni occidentali del mondo arabo e musulmano, sia la riflessione interna allo stesso mondo sul suo rapporto con la modernità.
 Si tratta di una distinzione recente, dato che durante i "secoli bui" del Medioevo, il contatto tra le due civiltà avveniva nella consapevolezza di una parità, nel mutuo riconoscimento delle proprie dignità e identità: un'idea ancora viva in Niccolò Machiavelli, che raffronta le monarchie europee ai regni del Turco e del Soldano (Mamelucco, in Egitto), senza favorire gli uni cristiani o gli infedeli, ma piuttosto rendendo atto alla grandezza dell'Impero Ottomano e della sua sua gestione in
sangiacchie.

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 Il problema del contatto con l'Occidente nasce di fatto intorno alla fine del XVIII secolo: analizzando dei resoconti di pellegrinaggi in Terra Santa da parte di due viaggiatori, risalenti rispettivamente alla prima e alla seconda metà del secolo, la professoressa Scarcia Amoretti fa notare come, nel più antico, la Palestina fosse considerato ancora un paese "normale"; ben diverso invece il contenuto della descrizione successiva, che parla della stessa zona come di un paese quasi vuoto, arretrato, con donne velate.
 Nei due secoli a venire, il mondo islamico ha postulato delle risposte per i capi d'accusa ingiunti dall'Occidente: la laicità e la modernità si rapportano con la tradizione e la religione, ma facendo a meno delle nostre linee di pensiero.
 L'accusa della mancanza di laicità, infatti, parte da un presupposto errato: rendendo la tradizione un concetto affine alla cultura superorganica di Carl Sauer, tanto criticata perché annulla l'iter storicizzato di ogni tradizione, l'Occidente ha visto nella religione musulmana l'unica componente portante delle società islamiche, facilitando colpevolmente la dimensione dell'altro.

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Nel mondo islamico, però, il problema della laicità non si può basare sulla nostra idea di teocrazia e di secolarismo: gli ulema (dall'arabo علماء, vale a dire i "sapienti" in materia religiosa), non hanno mai costituito un clero, e solo di recente stanno emergendo come classe per affrontare il pensiero religioso esterno; proprio per questo motivo, non essendoci una Chiesa concepita per gestire la dottrina, il momento di teorizzazione ideologica e quello di progettualità politica islamica sono rimasti sempre ben separati. Per la carriera di qadi (per semplificare, un giudice con competenze in più materie), l'erudizione religiosa non è stata sempre particolarmente necessaria, trattandosi essenzialmente di una figura laica.

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 Per l'Islam, la questione va posta in termini del tutto diversi, e ben più complessi. Partendo da un presupposto: il Corano invita il credente a trovare intorno a sé i segni di Dio, e dato che il suo progetto coinvolge l'umanità intera, egli deve considerare "compartecipi del disegno divino anche i non musulmani". Data tale dimensione soprattutto terrena della fede, l'Islam sarebbe destinato "a proteggere tutta l'umanità" (Qadhafi): la spiritualità e la fissità della materia religiosa islamica sono dunque inconciliabili con il ruolo attivo che si propone, che richiama piuttosto "una riformulazione radicale di cosa siano l'uomo e la finalità che deve porsi" (L'Islam tra tradizione e innovazione, di Biancamaria Scarcia Amoretti). Quella che il Corano propone sarebbe dunque una società pluralistica in cui l'identità di ciascuno è garantita.
 E' da quest'ultimo concetto che si dirama la critica più aspra che la professoressa Scarcia Amoretti lancia alla mentalità occidentale: l'ateismo dilagante, la pretesa di modernità intesa come superiorità tecnologica e la colpevole semplicità con la quale si delinea l'altro hanno impedito di vedere come la modernità sia stata costantemente materia dell'Islam, intesa però come soggettività; nel rispetto si è posto il suo rapporto non con una tradizione dai contorni metafisici, ma con la pluralità di tradizioni delineate dalla storia.
 E' quanto non ha fatto la storia europea, dimenticandosi che l'Islam non è alieno all'Occidente: ancora oggi, in paesi come la Bosnia, si trovano europei musulmani, e la storia arricchirebbe enormemente la serie di esempi del carattere arabo-islamico dell'Europa.
 Per Biancamaria Scarcia Amoretti, la vera modernità è una visione del mondo basata sulla molteplicità dei valori e delle identità, ben diversa dalla modernizzazione che da secoli si cerca di imporre senza riflettere sulle conseguenze culturali che ne possono derivare.
 La storia a noi contemporanea riflette dunque uno scontro tra civiltà, e per uscirne sarebbe più giusto superare la generalizzazione delle stesse, tramite una integrazione che in realtà non è mai avvenuta, proprio per l'occhio distorto con il quale abbiamo guardato i secoli passati: sponsorizzare un paese piuttosto che un altro, l'una o l'altra ideologia politica che come sopradescritto è spesso avulsa da una seria esegesi coranica (rendendosi dunque propaganda laica), è una prospettiva dal sapore coloniale, che non può risolvere la questione mediorientale.

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 Per favorire la creazione di un mondo euro-mediterraneo, come auspica il Magnifico Rettore Pignataro, bisogna necessariamente partire da una rivalutazione delle componenti culturali in gioco, e non cercare di imporre definizioni del tutto occidentali quali laicità e modernizzazione; passare dalla globalizzazione alla glocalizzazione, come auspica una certa branca della geografia umana. Il Prof. Pioletti suggerisce l'organizzazione in ambito universitario di gruppi di ricerca sui diversi aspetti del mondo islamico, che migliorino notevolmente la nostra concezione di Europa.
 E in fondo non si può più prescindere dalla necessità di comprenderlo nella nostra cultura: studiare lingua e letteratura araba insieme a quelle latine e greche; conoscere la storia dell'Islam e sentirla come una parte della nostra, soprattutto negli atenei siciliani; appassionarsi al Canzoniere del siracusano Ibn Hamdis (ancora molto apprezzato dai contemporanei arabi) ed alla sua umanità come a quello di Petrarca o di altri autori "italiani". Anche per ascoltare più canzoni d'amore smielate, piuttosto che parole d'odio viscerale borbottate dal cialtrone di turno.
 Perché la cultura ha i limiti che i nostri occhi più o meno consapevolmente gli impongono, e per superarli bisogna riuscire a considerare un'unità tutte le infinite culture delineate. L'acculturazione è un incontro tra civiltà, non uno scontro.

 Ho iniziato a scrivere questo articolo venerdì sera, alla fine della settimana universitaria: la complessità della materia trattata dalla Professoressa Scarcia Amoretti non mi ha fornito da subito le giuste linee da seguire nell'articolazione del discorso, soprattutto per un background di informazioni tuttora insufficiente. Quella stessa sera, ad ora tarda, il caos: Parigi è colpita dai suoi stessi cittadini, da francesi che ululano "Iddio è il più grande" in una lingua che parlicchiano probabilmente senza comprenderne pienamente il significato. Il musulmano che conosca e comprenda anche solo la sura d'apertura del Corano, sa che gli attributi ribaditi di Dio sono الرحمن الرحيم  (ar-Rahmani -r-Rahim), tradotti generalmente come "il Clemente e il Misericordioso".
 Voglio concludere dunque con una massima che la "tradizione" attribuisce al Profeta:
أطلب العلم ولو في الصين, "cerca la conoscenza, quand'anche fosse in Cina!" (cit. Da Giuliano Mion, La lingua araba, Carocci 2007). La conoscenza è l'unica via per comprendere, e per comprendere bisogna "prendere insieme" le nostre culture. Il laboratorio da noi intrapreso è un buon inizio, ma dovrà far scuola se vogliamo veramente iniziare a rendere all'Islam e ai musulmani il loro ruolo di protagonisti del mondo e della cultura mediterranei. 

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In ricordo del prof. La Rosa

di Ester Messina, specializzanda presso la SISBA (Scuola Interateneo di Specializzazione in Beni Archeologici) di Trieste, Udine e Cà Foscari Venezia.

 

Ci sono persone che riescono a lasciare un segno indelebile nella vita di ognuno di noi…

Nel luglio del 2012 ebbi la grande possibilità di partecipare alla campagna di scavo ad Haghia Triada. Si sa, i tirocini all’estero sono molto duri e concentrati in un mese o poco più, si lavora molto e si ha davvero poco tempo per “guardarsi attorno”, si vive 24 ore su 24 a contatto con colleghi e professori.

Siamo partiti da Catania in quattro, io, Angela Catania, Salvo Costantino e Francesco Tropea, insieme al professore Militello, lì ad aspettarci abbiamo trovato il professor La Rosa, il professor Carinci ed un suo allievo Andrea Tagliati.

Conoscevo solo di fama, a quel tempo, il professor La Rosa: un professore stimatissimo, girava voce che fosse anche molto severo, ricordo ancora quando sostenni il primo esame con la professoressa Todaro, alla triennale, di preistoria e protostoria, eravamo nella sua stanza in dipartimento a Catania, e quando entrò lui mi feci piccola piccola, abbassai ancora di più la voce e tentai di nascondermi dietro la borsa della professoressa, per paura che lui mi sentisse mentre ripetevo, che stupida sono stata, ma quella volta non si accorse neanche che ero lì…

Avevo ancora poche esperienze di scavo e l’ansia di sbagliare, in un contesto così importante, era tanta.

Haghia Triada, 2012

Lui era sempre con noi sullo scavo, nonostante le difficoltà nel muoversi non ci lasciava mai, seguiva ogni cosa, passo dopo passo, ed era un piacere sentirlo ipotizzare con il professor Militello sullo scavo, e vederlo lavorare ai cocci con il professor Carinci appoggiato a quello stenditoio arrugginito diventato ormai anch’esso un reperto archeologico, era instancabile, ogni volta che si trovava a Creta era come se si ricaricasse, come se i dolori si alleviassero: ogni tanto capitava di incontrarlo che camminava senza bastone vicino ai magazzini canticchiando canzoni greche. La mattina presto era sempre il primo ad arrivare per la colazione, chi aveva il turno di preparazione lo trovava già seduto al suo posto, a capo tavola, e controllava che ogni tazza, piatto, bicchiere e posata fosse messa nel posto giusto… Quest’estate è stato strano riavere tra le mani il suo bicchiere del tè…

Ricordo ancora di quando trovai uno skuteli, rotto in due pezzi, perfettamente ricostruibile, senza la necessità di integrazioni, e presa dalla gioia raccolsi i pezzi, ed andai verso il professor Militello, La Rosa si accorse subito dalla mia espressione e da come camminavo che avevo trovato qualcosa, che per me, era importante, chiamò subito all’attenzione Militello dicendogli “Esterina ha qualcosa per te”, dopo avergli mostrato il vaso lui disse, sempre rivolgendosi al professor Militello: “Dica ad Esterina che la prossima volta prima di prenderlo si deve fotografare e quotare…” Ovviamente volevo sprofondare, ma per fortuna risolvemmo tutto, lui non era eccessivamente arrabbiato, non feci mai più un errore del genere, ed ancora oggi ogni volta che sono responsabile di studenti alle prime armi, racconto di questo episodio.

Festòs, 2012

Sì, lui mi chiamava “Esterina” o “La Santa Maria degli Ammalati” dal paesino in cui vivo, dava un nomignolo affettuoso a tutti e ci faceva ridere tanto: Salvo e Francesco un giorno indossarono la stessa maglietta dell’evento CORRI CATANIA e dal quel momento in poi diventarono “I Dioscuri”; Angela, che di secondo nome si chiama Marzia diventò “Angelarzia” o  “La musulmana” dal tatuaggio che ha sul collo della prima stella della sera accanto alla luna crescente; Andrea, vista la sua altezza, 1,92 m, diventò “Andreone”, e tutti insieme anche con le studentesse polacche che partecipavano allo scavo con noi, diventammo per lui “I barbari sognatori”, perché le ultime settimane andavamo a fare colazione ancora con il cuscino stampato sulla faccia… A seconda delle situazioni lui si divertiva a chiamarci così, si divertiva tanto ad inventare i soprannomi, soprattutto perché i suoi soprannomi sono rimasti nella storia della missione di Festòs, così come è stato per chi prima di noi, anche se i nostri hanno avuto vita breve, nei nostri ricordi rimarranno sempre, accennandoci un sorriso ogni volta che ci ritornano i mente quei momenti con lui.

Per lui, le lezioni sul campo, erano quelle più dure e faticose, un mese intero passato a lavorare sotto le sue direttive mi ha permesso di imparare e crescere tanto, mi ha lasciata una grande formazione, è stata un’esperienza indimenticabile ed importantissima.

Per chi ha vissuto nella casa della missione di Festòs sa che lì dentro ogni cosa riporta in mente un suo ricordo: che sia una sfuriata, un aneddoto, una canzone, un racconto, una lezione, un rumore di bastone, capita di rivederlo ancora lì che segue con precisa attenzione la vita della missione, scandendo il tempo con i suoi “op op”… Capita ancora di rivederlo seduto lì a capo tavola con alle spalle il monte Ida, punto di riferimento per tutti noi…

Ci sono persone che riescono a lasciare un segno indelebile nella vita di ognuno di noi, Vincenzo La Rosa è stata una di quelle persone…

Casa della missione di Festòs, 2012

Sei giorni alla Summer School in antropologia fisica organizzata dall'Università Ca' Foscari di Venezia

di Giulia Raimondi

 

Tra  il 21 e il 26 Settembre 2015 si è tenuta a Jesolo ( VE ) una Summer School sullo studio, sia pratico che teorico, di sepolture e resti umani.

Coordinato dall’insegnamento di Archeologia Medievale ( prof. Sauro Gelichi ) e dal Laboratorio di Antropologia Fisica (dott.ssa Francesca Bertoldi ) dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il corso ha avuto luogo in un contesto archeologico quale quello del cimitero medievale di Jesolo ( VE ),loc. Le Mure.

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Il corso, per tutta la sua durata, ha giornalmente previsto un lavoro di scavo e studio dei reperti umani rinvenuti, sia in situ che in laboratorio. Dal contesto archeologico al laboratorio sono stati trattati argomenti molto interessanti ed essenziali per questo tipo di studi ( tafonomia, antropologia fisica e forense, archeologia funeraria, paleo nutrizione, archeobotanica, fotografia e disegno tecnico e determinazione del sesso e dell’età degli individui ).

Il primo giorno  del corso, dopo averci illustrato le caratteristiche del sito indagato, la dott.ssa Bertoldi, conducendoci al laboratorio, ci ha introdotto allo studio dei resti umani,  per dare la possibilità a chi tra noi non avesse mai seguito un corso di Antropologia Fisica, di non trovarsi impreparato davanti agli argomenti previsti dal corso.

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“ Lo scheletro umano è un archivio biologico…”, queste le parole della dott.ssa Bertoldi nello spiegarci le principali tematiche dell’antropologia fisica. Tramite le informazioni che possiamo estrapolare dai rinvenimenti osteologici direttamente sul campo possiamo ricontestualizzare informazioni che in altri casi andrebbero totalmente disperse. Lo studio dei resti umani in laboratorio ci consente di determinare: sesso, età, patologie, gruppi umani di appartenenza, caratteri ereditari, indicatori di stress e molto altro. Gli svantaggi sono il difficile recupero dei resti più fragili, soprattutto di quelli infantili e la loro relativa rarità di rinvenimento.

Durante questa lezione, dopo aver alcuni studiato e altri ripassato un po’ di anatomia scheletrica, l’approccio pratico allo studio dell’antropologia fisica è iniziato esaminando i resti umani di un antico scheletro che ben si prestava per la sua completezza a questo tipo di analisi. La ricostruzione dell’intero scheletro è stata eseguita da tutti noi, proprio per riuscire meglio a comprendere l’anatomia dei resti su cui lavoravamo.  La dottoressa ha proseguito illustrandoci le tecniche più importanti  per distinguere sesso, età e alcuni caratteri scheletrici ad una prima analisi. Importante spiegazione è stata anche quella riguardante le diverse classi di età per adulti e non adulti e le differenze tra i resti ossei di adulti da quelli di infanti. Si è fatto poi un accenno alle misurazioni del cranio e dello scheletro post-craniale e ai caratteri discontinui ed ergonomici, di cui abbiamo discusso in un’altra lezione.

 

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Il giorno seguente, disponendoci a coppie, abbiamo cominciato a lavorare sul sito ad una o più sepolture. Ognuno di noi ha indagato una sepoltura fin dal suo rinvenimento, ma ci siamo sempre interessati anche al lavoro dei colleghi, scambiandoci informazioni e conoscenze sui vari ritrovamenti e sul lavoro da svolgere.

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La dott. Fiorella Bestetti ci ha mostrato come fotografare e disegnare sepolture di adulti e di infanti, tenendo lezioni sul campo e in laboratorio.

Il giorno seguente, sul campo, abbiamo preso parte ad una lezione di archeobotanica tenuta dalla dott.ssa Alessandra Forti. L’archeobotanica, utile per stabilire contesti economici, tecnologici e ambientali del passato, studia i resti vegetali provenienti dai contesti di scavo. Può servire, se applicata alle sepolture, anche a comprendere i rituali funerari e gli usi e costumi della società analizzata. Attraverso lo studio di vari casi presi in esame ci siamo accostati alla materia, e infine abbiamo prelevato dei campioni, ognuno dal proprio settore di scavo, per collaborare noi stessi alle analisi future.

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Il giorno successivo in laboratorio, la dott.ssa Alessandra Bacci ha tenuto una lezione sulla paleonutrizione e su come effettuare i dovuti campionamenti dalle sepolture per gli studi paleonutrizionali. Anche per questo tipo di esami è essenziale avere una buona campionatura e conoscere le zone nelle quali effettuare i prelievi. Questi esami, necessari per la determinazione delle abitudini alimentari degli individui da studiare, degli stati carenziali e patologici, dei fenomeni migratori e altro ancora, presuppongono i prelievi di campioni di suolo, ma anche e soprattutto di campioni osteologici. Per quanto riguarda la correzione col sito, è necessario, invece, analizzare anche i resti faunistici di erbivori.

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Il corso è poi continuato con gli interventi del prof. Pier Francesco Fabbri, che ha tenuto le lezioni di tafonomia, cioè lo scavo e l’interpretazione dei resti umani provenienti da sepolture. Per gli studi tafonomici si rende essenziale la conoscenza dell’anatomia, ma a differenza del paleoantropologo, il cui studio si svolge per lo più in laboratorio, colui che si occupa di tafonomia ha bisogno anche di comprendere e conoscere il contesto di rinvenimento del resto scheletrico. E’ infatti la tafonomia che si occupa di tutto ciò che accade con i processi post-mortem, dalla morte dell’individuo al rinvenimento della sua sepoltura. Fondamentale per gli studi tafonomici e scientifici è il linguaggio, adeguatamente tecnico e anatomico.

Il prof. Roberto Cameriere ha invece incentrato la sua lezione sulle tecniche da utilizzare per stabilire l’età di un individuo. Per determinare l’età del soggetto la sua metodologia prevede di rapportare l’area totale del dente con quella della camera pulpare. Solitamente, per la determinazione dell’età di un individuo si esaminano suture craniali, sinfisi pubica, terminazioni sternali delle coste  e usura dentaria, che spesso però non danno risultati adeguati e precisi, soprattutto per l’età matura. Il range di errore, con l’analisi dell’apposizione della dentina secondaria, si riduce ai 3 anni massimo, e non più ai 15, come nelle tecniche usate in precedenza.

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La prof. Francesca Bertoldi ci ha infine spiegato, applicando la teoria alla pratica, come prendere le principali misure in uno scheletro compilando schede di rilievo. Partendo dai punti craniometrici per finire con tutte le misure del postcraniale, abbiamo analizzato un individuo scelto e ne abbiamo determinato le caratteristiche metriche e morfometriche.

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Foto di gruppo dell’ultima sera a Jesolo

Il Museo di Archeologia dell'Università di Catania

di Michelangelo Messina, foto di Simone Lo Castro.

 Alle ore 19:00 di sabato 17 ottobre 2015, al termine della seconda giornata del convegno “Musei e Patrimonio dell'Umanità” organizzato dall'International Council of Museums (16-18 ottobre), è stato presentato all'utenza il Museo di Archeologia del nostro Ateneo, in fase di allestimento presso i locali al pian terreno dell'ala ovest di Palazzo Ingrassia.
 Il Museo mette a disposizione dei visitatori un patrimonio di beni culturali d'interesse archeologico, la cui storia travagliata comincia con una prima donazione da parte del luminare per eccellenza dell'archeologia siciliana: Paolo Orsi, in data 28 marzo 1898, dona 10 oggetti (purtroppo andati perduti) rinvenuti negli scavi di Megara Hyblaea al nascente Gabinetto universitario di Archeologia della Regia Università di Catania. Già questo grande studioso di antichità comprendeva l'importanza dell'approccio al materiale archeologico durante la formazione dello studente-archeologo, e dava così il via per la creazione di una collezione che, prima o poi, avrebbe avuto il ruolo che gli spettava: un punto di contatto tra i libri dell'università e le trowel degli scavi.
 In un periodo particolarmente complesso come la prima metà del Novecento, durante la quale imperava un interesse antiquario strettamente connesso al problema degli scavi clandestini, a mantenere vivo il lume delle scienze antiche nella martoriata Sicilia è Guido Libertini: la sua vicinanza intellettuale a Paolo Orsi, la consapevolezza dell'importanza di salvaguardare il contesto archeologico dalle fauci del mercato di antichità, hanno portato Libertini, insegnante all'Università di Catania, di cui fu poi anche Preside e Rettore, ad acquisire a proprio nome o per la Regia Soprintendenza alcuni terreni di rilevanza archeologica e il materiale da esso proveniente.
 Nasce così la Collezione Libertini, nucleo principale dei beni del Museo, che lo studioso donò all'Università come lascito testamentario, dopo la morte nel 1953. Successivamente fu Giovanni Rizza, direttore dell'Istituto di Archeologia dagli anni Settanta in poi: egli si premurò a gettare le basi per il Progetto Coordinato Catania-Lecce, in collaborazione con il CNR, che ha portato alla realizzazione del nostro Museo, e per il lavoro coordinato dal Prof. Edoardo Tortorici e dai dott.ri Giacomo Biondi e Graziella Buscemi Felici (che hanno tra l'altro curato il catalogo del Museo al quale rimando per queste preziose informazioni e per eventuali approfondimenti), dando il giusto epilogo alla lunga e tormentata vita della collezione.
 La possibilità di dire nostro Museo non è scontata: non è sempre facile avere accesso diretto al patrimonio culturale italiano, per diverse motivazioni burocratiche o semplicemente logistiche, come può esserlo la dispersione del patrimonio isolano in una rete fittissima di musei locali. Una istituzione permanente, senza fini di lucro, aperta al pubblico, di cui lo stesso Icom ci sottolinea l'importanza didattica ed educativa nella sua definizione internazionale, messa a disposizione di noi studenti e cittadini di Catania, è un'opportunità senza precedenti: solo pensando alle possibili attività di laboratorio fotografico, grafico, e perché no, anche di analisi fisico-chimiche non invasive (collaborando con gli altri dipartimenti), si può capire quanto una tale innovazione accademica costituisca il punto di partenza per rilanciare l'Archeologia di Catania e del suo territorio, come progetto di cultura sostenibile inestricabilmente connesso alla nostra Università.
 La parola dunque ai professori e a tutte le figure professionali connesse alla cultura che possano arricchire, anno per anno, il Museo di Archeologia di beni materiali e immateriali della città.

Per visualizzare le immagini clicca qui.

Scavo a Kom al-Ahmer/Kom Wasit (Egitto)

 

di Giulia Raimondi, foto di G.R., Graziana Zisa e Mario La Rosa.

L’antico Egitto ha sempre ispirato i sogni e le fantasie di scrittori, poeti, fotografi e viaggiatori. Sin dall’antichità tutti i popoli sono rimasti affascinati da questa magica terra. Tra spezie, profumi, sole e mare, troneggiano le magiche Piramidi di Giza, immense e maestose, sorvegliate dalla Sfinge, loro guardiana; e il Nilo, l’immenso Nilo, il vitale fiume che attraversa l’Egitto e che aiuta da sempre le risorse agricole del paese. Erodoto, che fra il 460 e il 455 a.C. visitò l’Egitto, dalla pianura del Delta fino ad Assuan, dedicando un intero libro delle sue Storie a questo popolo, aveva dimostrato come quest’ultimo potesse affascinare e sorprendere chiunque vi entrasse a contatto.  Ogni popolo che ha avuto rapporti con l’Egitto (di natura economica, politica ecc.) ne è restato così affascinato da volersi fermare in questa terra, o almeno da poterne portare le tradizioni nella propria. Dai Greci ai Romani, figure storiche a tutti note (Alessandro Magno, ad esempio) hanno amato questa terra più delle proprie.

Un mese in Egitto, a contatto con i suoi abitanti, aiuta senz’altro ad entrare in un magico mondo in cui mi sono immersa lasciandomi prendere, stavolta, da un’atmosfera reale, non appresa sui libri ma vissuta in prima persona in un’esperienza che spero di ripetere e che mi ha coinvolto non soltanto dal punto di vista lavorativo ma anche umano. Chi dice che in Egitto ci lascia il cuore ha ragione.

Nel Delta Occidentale del Nilo, vicino alla città di Alessandria, la missione archeologica italiana “Kom al-Ahmer–Kom Wasit Archaelogical Project” diretta da Mohamed Kenawi, Cristina Mondin e Giorgia Marchiori, sta riportando alla luce i siti di Kom al-Ahmer e Kom Wasit. Fu Achille Adriani a visitare per prima il sito di Kom al-Ahmer, che fu in seguito, negli anni ’40, indagato sotto la direzione di Abd el-Mohsen el-Khashab. Qui furono portate alla luce delle grandi terme di età romana e si stabilì che le fasi di frequentazioni del sito risalivano ai primi decenni dell’età ellenistica e agli inizi della dominazione araba. Kom Wasit dista 2 Km da Kom al-Ahmer fu indagata da Labib Habachi e poi non più scavata. In questo sito dalle foto satellitari e dalla magnetometria del 2014, resa visibile grazie ai diversi gradi di umidità del suolo si è riconosciuta una intera città. Il paesaggio si è ben conservato poiché l’area non è stata molto sfruttata a livello agricolo. Nella parte centrale del sito si trova una enorme struttura di 115 m. in mattoni crudi. La sua misura la classifica come uno degli edifici più grandi noti nel Delta. Nel Basso Egitto, con il Delta, esistevano 20 nomoi  ( i distretti amministrativi in cui era suddiviso l’antico Egitto ). Ogni nomos aveva una capitale. Una di queste era Metelis, posta all’imboccatura del Nilo. Strabone la ricorda nella sua opera e il geografo Claudio Tolomeo ci dice che era appunto la capitale di un distretto a cui dare il suo nome. Forse è proprio Metelis, la capitale del distretto dell’area del Delta, che può essere localizzata a Kom el-Ahmer. Dalla datazione dei materiali risulta che i due siti di Kom al-Ahmer e Kom Wasit furono abitati in periodi differenti.

L’impronta internazionale della missione si palesa sin dal primo approccio con le innovative e avanzate tecnologie di cui si dispone sul campo. Alla campagna di scavo partecipano professionisti provenienti da università europee e americane, tra le quali, oltre a varie università d’Italia, troviamo la Danimarca, Francia, Germania, Svizzera, Gran Bretagna, Canada, Messico e USA.

La vita allo scavo, al quale quest’anno ho partecipato anche io, è frenetica. Dopo essersi svegliati e aver fatto colazione nelle proprie case, dal mattino presto al primo pomeriggio i membri della missione e gli operai specializzati lavorano sul campo. Il pranzo avviene in loco. Durante lo scavo vengono usate apparecchiature sofisticate ma anche metodi classici.

Nel pomeriggio, a seconda dei compiti suddivisi, alcuni dei membri si dirigono verso il piano superiore del laboratorio della missione, dove avviene il lavaggio del materiale ceramico ritrovato, mentre altri, in laboratorio, si occupano dello smistamento del restante materiale, nonché della fotografia dei reperti e della compilazione del database per la propria “Unità” di scavo. Il lavoro continua anche nelle case, quando si provvede alla risistemazione e digitalizzazione della documentazione cartacea e digitale. Quando viene l’ora della cena, tutti insieme ci si riunisce in una delle case della missione. La gente del luogo è molto disponibile e tutti gli abitanti si sono sempre dimostrati felici di essere d’aiuto anche per piccole esigenze. La collaborazione è essenziale tra i componenti della missione e anche con la popolazione locale. I bambini del villaggio sono allegri e spesso incuriositi dal lavoro che si effettua e dalle abitudini diverse dalle loro che scoprono, e tutti si convive nel rispetto per il prossimo. La mia è stata un’esperienza formativa sotto ogni aspetto.

Il Venerdì è il giorno di riposo. E’ proprio durante questo giorno di fine settimana che si organizzano le escursioni, per chi vuole prendervi parte. Il primo fine settimana ci si è recati al monastero di Abu Mina, visitandone la parte moderna e la parte antica.

Posto nel territorio di Alessandria, a circa 45 Km dalla città, il monastero è dal 1979 sito dell’UNESCO. La leggenda narra che qui venne martirizzato S. Mena d’Egitto, ufficiale dell’esercito di Diocleziano (296 d. C.).  Un’altra leggenda del V secolo dice che il cammello che trasportava sul dorso il corpo del santo, giunto presso il lago Mareotis, in pieno deserto non volle più proseguire. Ritenendo ciò volontà divina, venne sepolto in quel punto.  Il luogo venne dimenticato fin quando un pastore non lo riscoprì casualmente.  L’imperatore Costantino (Zenone per altre fonti), ordinò la costruzione di una chiesa sul luogo che divenne meta di pellegrinaggio per i credenti. L’ edificio venne ampliato sotto il regno di Arcadio. Gli scavi, iniziati ai primi del ‘900, hanno riportato in luce una grande basilica con una chiesa adiacente (forse contente il corpo del santo), e terme di epoca romana. Successivi scavi condotti da missioni tedesche fino al 1998, hanno riportato in luce un complesso in cui risiedeva l’egumeno, un battistero, uno xenodocheion (area riservata all’accoglienza dei pellegrini) e magazzini sotterranei più una serie di torchi per produrre il vino.

Dopo aver pranzato in un ristorante beduino, ci si è diretti al sito dell’antica Marea. La città, il cui nome in egiziano significa “riva” o “banchina”, è ricordata da Tucidide come posta al di sopra di Faro (Storie, I, 104); da Strabone, che la dice “irrigata da due mari”; da Diodoro Siculo, Stefano di Bisanzio e da Erodoto. Marea era un villaggio, poi città, sorgente sul lato Sud del lago mareotide, a Sud-Sudovest di Alessandria. La zona produceva vino bianco, famoso in tutto il Mediterraneo, e anfore atte al trasporto del vino. Per molti anni non si è prestata alcune attenzione all’antico sito, fino a quando nel 1960 W. Muller-Wiener non vi ha distinto due tipi di insediamenti. Negli ultimi decenni il lavoro di esplorazione ha portato ad una migliore comprensione della topografia del luogo. Si è identificato come Marea il complesso dei siti vicino Hawwariya (lungo il lato Sud del prolungamento occidentale del  lago)  luogo di pellegrinaggio noto anche con il nome di Philoxenite. La zona del porto sul lago, scavata dall’Università di Alessandria, comprende diversi moli aggettanti nel lago e, di fronte alle banchine, una strada con negozi. Vi sono anche un edificio a due absidi con bagni e un grande edificio contenente un mulino. A Sud del porto si è individuata una fabbrica di vino, e sempre a Sud del porto, un complesso a doppio peristilio, con grande sala absidata forse utilizzata in fasi successive come ostello per i pellegrini.

Il secondo e il terzo fine settimana abbiamo visitato Alessandria, l’incantevole città sul mare, “la porta d’Egitto sul Mediterraneo”. Posta a 20 km dalla sezione più occidentale del Nilo, la città occupa la striscia di terra che separa il Mar Mediterraneo dalla palude Mareotide. Fondata nel 332-331 a. C. da Alessandro Magno, oggi Alessandria è un rilevante polo industriale e il principale centro portuale commerciale e turistico dell’Egitto. Sede universitaria, per iniziatica dell’UNESCO ha visto ricostruita sul sito dell’antica Biblioteca, andata distrutta, la nuova biblioteca. La costruzione si estende su un’area di circa 80.000 metri quadrati ed è destinata a diventare il principale centro di ricerca e studi del Medio Oriente. L’edificio è costruito con l’intento di rappresentare un sole che sorge dal mare. Al suo interno vi sono sale di lettura, un istituto finalizzato al restauro di libri antichi, una scuola di informatica, una sala congressuale e una mini biblioteca per bambini, oltre agli uffici di professori e dirigenti. La città antica presentava struttura ortogonale e vie colonnate. Il complesso dei palazzi reali occupava una vasta area nei cui pressi si trovava probabilmente anche la necropoli reale. Degli antichi resti di Alessandria colpisce la “Pompey’s Pillar”, la colonna di Pompeo. Costruita in granito rosso di Assuan intorno al 300 d.C. in onore di Diocleziano (come testimonia l’incisione alla sua base), fu erroneamente intesa quale segno del luogo di sepoltura di Pompeo, il rivale di Cesare fatto uccidere da Tolomeo XIII nel 48 a.C. Il “Grande Teatro” si trova invece sulla moderna collina dell’Ospedale, nei pressi della stazione. Gli scavi del quartiere di Kom al-Dikka hanno portato alla luce un piccolo teatro di epoca romana e i resti di terme. Altro monumento degno di nota è la cittadella di Alessandria Qaitbay, considerata una delle più imponenti roccaforti difensive sorte lungo la costa del Mediterraneo. Si trova all’ingresso del porto orientale. E’ stata eretta dal Sultan Al Ashraf El Qaitbay sul luogo esatto dove sorgeva l’antico Faro di Alessandria, che restò in funzione fino al momento della conquista araba. Grazie alla sua posizione strategica la fortezza fu ben mantenuta da tutti i sovrani che seguirono a Qaitbay. Al suo interno si trova una prigione in cui venivano rinchiusi coloro che cadevano in disgrazia presso il sultano. Nel corso del tempo è stata spesso ristrutturata sia nei bastioni esterni sia nella rocca, ed è stata munita di armi.

La città sorprende anche per le sue meraviglie sotterranee. Il sottosuolo di Alessandria è infatti ricco di cisterne e Catacombe scoperte in modo fortuito nel XX secolo. Il complesso greco-romano di Kom el- Shoqafa è il più grande d’Egitto, ha una profondità di 30 m. e si sviluppa su tre livelli. Vige purtroppo il divieto di far foto all’interno di questo complesso. Degni di nota sono la sala rotonda centrale, il triclinium, la sala di Caracalla e il sepolcro centrale che presenta su entrambi i lati dell’ingresso, sotto le teste di Medusa, due serpenti giganti che reggono la doppia corona dell’Egitto. Le decorazioni e i rilievi incisi nelle pareti, compreso quello di Anubi, mostrano un misto di stile egizio, romano e greco. Città cosmopolita, dal clima mite, dall’atmosfera rilassante ed elegante, Alessandria è un continuo invito ad ammirare i suoi storici luoghi, il suo lungomare, le sue spiagge e i suoi magici tramonti.

Infine, abbiamo trascorso gli ultimi due giorni al Cairo, visitando le Piramidi di Giza, il Museo Archeologico, il Bazar Khan el-Khalil e molto altro della grande capitale. Giza si trova sulla riva occidentale del Nilo, circa a 20 km. Sud-Ovest dal Cairo. E’ inutile dire che la città deve parte della sua importanza al fatto di ospitare le tre più importanti piramidi della IV dinastia, quelle di Cheope, Chefren e Micerino, per visitare le quali ci si è voluti immergere ancora più nell’atmosfera del deserto raggiungendo il sito a dorso di cammello. Quasi a guardia delle piramidi, troneggia la Sfinge, dal corpo di leone e dalla testa umana. Le identificazioni e i nomi attribuiti dagli antichi a questo colosso sono infiniti. Lunga 73 m, larga 6 e misurante nel punto più alto 20 m, la sua costruzione risale al 2500 a.C., al tempo del faraone Chefren. Lo strato inferiore del corpo è in pietra calcarea, mentre nella parte centrale del corpo sono presenti numerose crepe dovute alla scarsa qualità del materiale di fabbricazione; la parte superiore, comprendente il collo e la testa, è invece formata da pietra calcare dura e di migliore qualità rispetto al resto del corpo; ciò l’ha meglio preservata nel tempo,  permettendo a Mark Lehmer di ipotizzare che il volto del monumento rappresentasse quello di Chefren, mentre secondo altri studi rappresenterebbe Cheope. La grande Sfinge è posta lateralmente alla rampa processionale che conduce alla piramide di Chefren.

Il museo ospita la più completa collezione di reperti archeologici dell’antico Egitto del mondo. Aperto nel 1858 con le collezioni raccolte da Auguste Mariette, presto ebbe bisogno di estendere i propri spazi. Perciò nel 1902, a piazza Tahir, nel centro del Cairo, venne inaugurato un edificio di stile neoclassico costruito per ospitare il museo che si articola su due piani di forma rettangolare. Grazie alla collaborazione tra autorità egiziane e internazionali, molti dei reperti saccheggiati e dati per dispersi durante vari disordini, sono tornati al museo. Tra i migliori pezzi del museo, si annoverano, oltre ai reperti provenienti dalla Tomba di Tutankhamon, la sala contenente le mummie reali, la stele di Narmer, e i ritratti del Fayum.

Ultima tappa, il Bazar, principale suq del Cairo, inferiore solo al bazar di Istanbul. Attivo dal 1382, a quel tempo un caravanserraglio, oggi alterna negozi di tessuti, pellami, gioielli, spezie, a numerosi caffè in cui è possibile fumare la shisha, e a ristoranti e punti di ristorazione ambulanti in cui si vende cibo tradizionale egiziano.  I commercianti sono molto educati, e le contrattazioni sulla merce avvengono quasi secondo una filosofia del mercanteggiare. “Sei contento dell’acquisto? Io lo sono, poiché abbiamo risolto con esito positivo questo affare”, è questo ciò che ti dicono alcuni commercianti ad affare concluso.

Si potrebbe aggiungere tanto sulle genti del luogo e sulle loro abitudini e sui loro costumi. Mi fermo dicendo che, per chi viene dalla Sicilia, l’approccio al mondo arabo non è profondamente diverso dalle proprie abitudini, ma profondamente diverso è tutto ciò che circonda chi non è del luogo: dalle palme, alla sabbia, ai profumi e alle spezie. Tutto sembra quasi voler raccontare una storia che è nota a tutti e che non tutti hanno la possibilità di conoscere nella sua realtà e umanità. Chi si reca in Egitto vive in un’atmosfera tranquilla, sicura, che non è certo quella che i mass media ci raccontano.

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